Vita su Marte: forme di vita sul meteorite marziano Black Beauty



Le rocce marziane sono rare e preziose qui sulla Terra. Nessuna delle 49 missioni fino ad oggi lanciate verso il pianeta rosso ha mai riportato un campione del suolo marziano. Tuttavia disponiamo di piccole porzione del nostro vicino planetario rosso. Sono i meteoriti staccatesi da Marte nel corso di miliardi di anni, a seguito degli impatti di asteroidi e comete sulla superficie del pianeta rosso, che dopo aver vagato anche per milioni o miliardi di anni, incrociano la traiettoria della Terra nella sua orbita, e finiscono per cadere sul suolo terrestre. Non tutti le diverse tonnellate di meteorite che ogni anno colpiscono la Terra giungono al suolo.

La maggioranza finisce per polverizzarsi a causa dell’enorme calore generato dall’attrito dell’aria al loro ingresso nell’atmosfera, in un fenomeno chiamato ablazione. Alcuni di loro, o almeno una piccola parte di essi però, i più grandi e i più duri, riescono a toccare il suolo e talvolta vengono ritrovati da diverse spedizioni di ricerca o anche fortuitamente.

I deserti africani e le distese ghiacciate dei poli rappresentano certamente i luoghi migliori dove cercare e magari ritrovare quasi incontaminati questi piccoli pezzi di materiali extraterrestri.


Non tutti i meteoriti che ritroviamo provengono da Marte, ma molti sicuramente sì.

Gli scienziati sono in grado di determinarne l’origine attraverso l’analisi chimica.

Conosciamo infatti la composizione chimica del suolo marziano e comparandola con quella dei meteoriti è facile determinare se il campioni ritrovato sulla terra sia stato in passato un pezzo di suolo del pianeta rosso. Si calcola che circa una tonnellata di meteoriti marziane colpiscano la Terra ogni anno, così come è probabile che le meteoriti di origine terrestre, anch’esse staccatesi in passato dagli impatti di asteroidi e comete che hanno certamente interessato il nostro pianeta, facciano lo stesso con Marte.


Ogni tanto quindi piccoli frammenti del piante rosso vengono ritrovati, conservati con cura e analizzati anche più volte nel corso del tempo, man mano che le nostre capacità tecnologiche avanzano e si rendono disponibili nuovi e più sofisticati strumenti di indagine.

I meteoriti sono rocce dall’enorme valore non soltanto dal punto di vista scientifico, ma anche monetario. Considerata l’estrema rarità di queste rocce, c’è un fiorente mercato mondiale in cui importanti istituti di ricerca, musei, università e collezionisti privati si contendono anche a suon di milioni, queste “rocce spaziali”.


Ogni tipo di esperimento o analisi che possa in qualche modo compromettere l’integrità di questi meteoriti è sempre ben ponderata prima di essere eseguita. Va da sé che questo tipo di indagini o sperimenti sono assai rari proprio perché è difficile ottenere autorizzazioni a tagliare, frammentare o sbriciolare anche una piccola parte di queste rocce.

Ogni tanto però qualche concessione viene fatta, magari per esperimenti molto ambiziosi i cui risultati sono magari considerati essenziali per la futura esplorazione spaziale o anche per rispondere in modo definitivo alla domanda riguardo l’esistenza della vita extraterrestre.

Sebbene sulla maggioranza dei meteoriti di origine marziana ritrovati sulla Terra siano state riconosciuti i segni lasciati dall’azione di vita semplice, batterica in azione sul pianeta rosso miliardi o forse milioni di anni fa, segno inequivocabile che Marte ha ospitato nel corso della sua storia, perlomeno forme di vita elementari, oggi si cerca l’evidenza che una qualche forma di vita esista e persista ancora oggi al di fuori del nostro pianeta.


Siccome alcuni assunti scientifici, divenuti nel corso dei decenni quasi dogmi, come quello riguardante l’unicità della vita terrestre almeno nel nostro sistema solare, la comunità scientifica è alla continua ricerca di evidenze che possano confutare gli ultimi dubbi che permangono soprattutto tra i ricercatori più tradizionalisti, impegnati a difendere più le loro posizioni di privilegio piuttosto che a perseguire la conoscenza per l’umanità.

Una parte di questa attività di ricerca di nuove evidenze all’esistenza della vita extraterrestre (in questo caso marziana) si fonda nel verificare che le condizioni fisico chimiche di Marte, siano state o siano ancora oggi, in grado di supportare la vita.

Il libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione” fornisce un ampia e dettagliata evidenza di tutto quanto in merito è stato scoperto fino ad oggi. A tutto questo si aggiunge ora il risultato di un nuovo studio pubblicato sul numero di febbraio 2021 della rivista Communications Earth & Environment.


Lo studio ha riguardato una piccola porzione del meteorite marziano Northwest Africa (NWA) 7034, noto con il nome di “Black Beauty”.

Gli scienziati hanno macinato un piccolo pezzo di questo inestimabile meteorite marziano e lo hanno utilizzato per provare a coltivare su di esso microbi estremofili, ottenendo risultati incredibili.

"Black Beauty è tra le sostanze più rare sulla Terra, è una roccia marziana unica formata da vari pezzi di crosta marziana (alcuni di essi sono datati a 4,42 ± 0,07 miliardi di anni) ed espulsa milioni di anni fa dalla superficie marziana, "ha detto l'astrobiologo Tetyana Milojevic dell'Università di Vienna in Austria.

"Abbiamo dovuto scegliere un approccio piuttosto audace per frantumare pochi grammi di preziosa roccia marziana per ricreare l'aspetto possibile della prima e più semplice forma di vita di Marte”.


La comunità scientifica infatti, procede sempre per piccoli passi.

Per poter accettare l’esistenza di forme di vita complesse o addirittura intelligenti, ha la stringente necessità di dover cominciare verificare l’esistenza per lo meno delle forme di vita più elementare, sebbene sia stato pubblicamente dichiarato da rappresentanti delle agenzie spaziali (anche di quella italiana ASI) che le missioni in corso su Marte non sono semplicemente in cerca di prove riguardanti l’esistenza di vita passata su Marte, ma che cerchino anche vita presente e evidenze per determinare addirittura una sua evoluzione.

Il punto è che si parte sempre dall’assunto, non suffragato dalle molte evidenze scientifiche contrarie ormai note ma che si confà alla tradizionale e ancora dominante visione dell’unicità della vita terrestre, che Marte sia stato un pianeta con condizioni idonee a supportare soltanto forme di vita particolari, considerate le odierne estreme condizioni con cui si presenta a noi oggi. Ciò costituisce un preconcetto molto limitante per una seria ricerca della verità.


Nello studio in questione dunque, i ricercatori sono partiti dal presupposto che se la vita esisteva anticamente su Marte e dovessimo oggi confrontarla con una forma di vita terrestre a noi nota, è molto probabile che l’antica vita marziana somigliasse a quella di alcuni batteri estremofili

Si tratta di organismi che vivono in condizioni che solo fino a quattro o cinque anni fa ritenevamo troppo ostili per sostenere la vita, anche sulla Terra, come in temperature sottozero, in laghi super salati in Antartide, in laghi di arsenico o idrocarburi, in luoghi privi di luce o ossigeno, nelle sorgenti geotermiche vulcaniche, negli strati inferiori della crosta Terrestre, nelle profondità oceaniche o in condizioni di microgravità o esposti ai raggi solari e cosmici (come i batteri ritrovati sulla Stazione Spaziale internazionale, sia all’esterno che all’interno).


Sull'antico Marte, almeno certamente miliardi di anni fa, siamo abbastanza sicuri ormai che l'atmosfera fosse densa e ricca di anidride carbonica. Abbiamo tra i vari meteoriti ritrovati qui sulla Terra, almeno un campione di alcune delle rocce che costituivano la crosta marziana quando il pianeta era solo un “bambino”.

Qui sulla Terra, gli organismi in grado di fissare l'anidride carbonica e convertire i composti inorganici (come i minerali) in energia sono noti come chemolitotrofi.

È questo il tipo di organismo che potesse rappresentare una probabile forma di vita marziana, scelto dai ricercatori per verificarne l’eventuale compatibilità con il suolo marziano rappresentato dal Black Beauty.

"Possiamo presumere che forme di vita simili ai chemolitotrofi esistessero lì nei primi anni del pianeta rosso", ha detto Milojevic.

Il microbo selezionato è il Metallosphaera sedula , un battere archeo termoacidofilo che sulla Terra solitamente si trova nelle sorgenti vulcaniche calde e acide, isolato originariamente proprio qui in Italia.


Il battere è stato quindi posto sul minerale marziano in un bioreattore che è stato accuratamente riscaldato e gasato con aria e anidride carbonica. Il team ha utilizzato la microscopia per osservare la crescita delle cellule.

IL risultato osservato è andato al di là di ogni più rosea aspettativa! La pasta di fondo di polvere del Black Beauty lasciata dietro di sé dal Metallosphaera sedula, ha permesso agli scienziati di osservare come il microbo ha utilizzato e trasformato il materiale per costruire cellule, producendo come prodotto di scarto depositi biominerali.

Hanno poi usato la microscopia elettronica a trasmissione di scansione per studiare i depositi fino alla scala atomica.


"Cresciuto su materiale crostale marziano, il microbo ha formato una robusta capsula minerale composta di fosfati di ferro, manganese e alluminio complessi", ha detto Milojevic . "A parte la massiccia incrostazione della superficie cellulare, abbiamo osservato la formazione intracellulare di depositi cristallini di natura molto complessa (Ferro, ossidi di Manganese, silicati di Manganese misti). Queste sono caratteristiche uniche distinguibili della crescita sulla pietra marziana noachiana, che noi non è mai stata osservata in precedenza durante la coltivazione di questo stesso microbo su rocce provenienti da sorgenti minerali terrestri e un altro meteorite condritico pietroso non marziano ".


Questo non solo dimostra che la vita potrebbe effettivamente esistere in condizioni marziane reali, ma fornisce agli astrobiologi nuove firme biologiche che potrebbero essere usate per cercare segni di vita antica nella crosta di Marte.

Il rover della Nasa Perseverance, che la scorso mese di Febbraio (2021) è arrivato sul pianeta rosso, cercherà specificamente proprio questi segni biologici proprio su terreni che si ritiene si siano formati nello stesso periodo del Black Beauty, un periodo in cui Marte era certamente ricco di acqua in superficie, aveva temperature più miti e una densa atmosfera. Ora gli astrobiologi sanno che aspetto hanno i depositi cristallini di Metallosphaera. sedula e potrebbero perciò più facile identificare rocce potenzialmente con segni simili nei campioni che Perseverance (già ribattezzato dalla stampa Percy) raccoglierà.


La ricerca evidenzia anche quanto sia importante utilizzare campioni marziani reali per condurre tali studi, hanno detto i ricercatori. Sebbene infatti in passato alcuni studi abbiano effettuato esperimenti su “simulazioni” di la regolite di Marte (ma di origine terrestre, come coltivazioni di piante ecc, - ne ho diffusamente parlato nel libro “Il lato oscuro di Marte”) oggi appare evidente che dalle meteoriti marziane, sebbene siano rare, si possano ottenere informazioni preziose non ottenibili in altro modo.

Parte della missione di Perseverance è raccogliere campioni di roccia marziana da riportare sulla Terra, si spera entro il prossimo decennio. Gli scienziati sicuramente chiederanno a gran voce almeno una parte dei campioni riportati, ma non c’è a questo punto alcun dubbio che alcuni saranno destinati alla ricerca di forme di vita estremofila.

"La ricerca di astrobiologia su Black Beauty e altri meteoriti simili 'Flowers of the Universe' può fornire una conoscenza inestimabile per valutare la loro potenziale biogenicità, come avvenuto con l'analisi dei campioni di Marte " ha detto Milojevic .


Un’ultima riflessione.

Il fatto che una forma di vita terrestre come il batterio Mettalospherae Sedula si sia dimostrato compatibile con il terreno e le condizioni marziane, costituisce un ulteriore elemento a favore della teoria della panspermia quale soluzione alla comparsa della vita sulla Terra (o su Marte).



Stefano Nasetti


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