VITA SU MARTE DAGLI ASTEROIDI



In articoli precedenti abbiamo visto come recenti scoperte, abbiano dimostrato che gli amminoacidi (i mattoni della vita), che costituiscono gli ingredienti base per le proteine, le molecole organiche più grandi ma semplici, si formino anche nelle nubi interstellari (leggi l’articolo "Hot Corinos, le fabbriche della vita") e siano presenti (e quindi trasportate) nei meteoriti che finiscono, alla fine, per impattare su qualche altro corpo celeste.


Abbiamo anche visto nell’articolo cronologicamente precedente a questo (leggi “Dagli asteroidi gli ingredienti della vita sulla Terra”) come molte ricerche affermino ormai, che gli elementi base per la vita terrestre, se non addirittura la vita stessa (vedi teoria della panspermia), siano giunti dallo spazio.


Tutte queste scoperte, che hanno del rivoluzionario poiché da sempre si riteneva che la comparsa della vita fosse un qualcosa di estremamente raro, e che la Terra fosse un pianeta talmente unico, dal punto di vista delle condizioni ambientali, da aver “vinto” fortunatamente e casualmente questa improbabile lotteria cosmica, sotto un certo punto di vista, potrebbero non comportare uno choc cognitivo alla maggioranza delle persone.


D’altro canto che ci sia vita qui sulla Terra, è un qualcosa di ovvio e chiaro, dunque scoprire che l’origine della vita terrestre sia nello spazio e non sulla Terra (abiogenesi), potrebbe non fare molto la differenza per l’uomo comune, soprattutto per quella massa ormai uniformata di persone, ormai disinteressata al sapere e alle domande esistenziali più profonde, poiché concentrata sugli effimeri e superficiali aspetti materiali del quotidiano.


Leggere invece, che una simile situazione possa essersi verificata anche per Marte, il pianeta nostro vicino di casa, che da decenni ci dicono privo di vita e inospitale, dovrebbe far sobbalzare tutti dalla sedia. L’impatto degli asteroidi nel passato di Marte potrebbe aver prodotto ingredienti chiave per lo sviluppo della vita.

Questo è quanto emerge da uno studio condotto dell’Istituto di Scienze Nucleari dell’Università Nazionale del Messico, e pubblicato nel mese di gennaio 2020 sulla rivista Journal of Geophysical Research.


Sebbene non si tratti di un risultato certo (così come non lo sono i medesimi studi applicati alla Terra), è bene porre in evidenza che non si tratta di una mera ipotesi scientifica, né tantomeno di una speculazione giornalistica. Lo studio si è, infatti, basato sui dati raccolti negli anni scorsi dal rover della Nasa Curiosity, che ormai da oltre 8 anni (è ammartato il 6 agosto del 2012), batte il polveroso suolo marziano. Gli ingredienti individuati sono nitriti (NO2-) e nitrati (NO3-), sostanze composte di azoto e ossigeno, essenziali per la costituzione della vita così come la conosciamo. Sono stati scoperti in campioni roccia raccolti da Curiosity nel suo viaggio all’interno del Cratere di Gale, il sito in cui in passato giaceva un lago d’acqua dolce.

Questa informazione è già nota da qualche tempo presso gli astrobiologi e gli astrofisici.


L’aspetto interessante di questo studio dell’università del Messico, è che gli astrobiologi si sono concentrati sulle informazioni in loro possesso, per comprendere come queste sostanze possano essere state depositate nel cratere.

I ricercatori hanno quindi ricreato in laboratorio la prima atmosfera marziana passata.

Dopo aver simulato le onde d’urto generate dall’entrata in atmosfera degli asteroidi, il team ha provato a determinare la quantità di nitrati prodotti da questo impatto.

I risultati evidenziano che la quantità di nitrati è aumentata quando è stato inserito nel test l’idrogeno per simulare l’impatto degli asteroidi.

Un risultato inaspettato poiché la formazione di nitrati richiede ossigeno, mentre l’idrogeno, al contrario, porta a un ambiente povero di ossigeno.

Secondo quanto esposto nello studio, la presenza d’idrogeno ha portato a un raffreddamento più rapido del gas surriscaldato dagli urti, intrappolando l’ossido di azoto, il precursore del nitrato, a temperature elevate dove la sua resa era più elevata. 

Il co-autore dello studio Christopher McKay (astrofisico Nasa) ha spiegato che “A causa dei bassi livelli di azoto gassoso nell’atmosfera, il nitrato è l’unica forma di azoto biologicamente utile su Marte. Pertanto, la sua presenza nel suolo ha un importante significato astrobiologico. Questo documento ci aiuta a capire le possibili fonti di quel nitrato”.

Ma perché gli effetti dell’idrogeno nell’atmosfera marziana sono così affascinanti?


Sebbene la superficie di Marte oggi si presenti come fredda e inospitale, è ormai pressoché certo (i dati raccolti sono molteplici e gli innumerevoli studi scientifici convergono tutti, o quasi, su questo punto) in passato un’atmosfera più densa, arricchita da gas serra come l’anidride carbonica e il vapore acqueo, possa aver riscaldato il pianeta.

È abbastanza evidente che la superficie di Marte è stata scolpita, in una lunga fase della sua storia, dall’acqua liquida. È altrettanto certo che in un’ancora indeterminato periodo passato (o addirittura in più periodi) Marte è stato ospitale alla vita.

Dovremmo chiederci però, queste conoscenze sono sufficienti agli astrobiologi autori dello studio, per ipotizzare un nesso tra la presenza di sostanze organiche inanimate (le proteine non sono esseri viventi) e la presenza di vita sul pianeta rosso?

Ufficialmente la vita su Marte non è stata ancora trovata.

Se dovessimo attenerci alle informazioni note al grande pubblico, lo studio dei ricercatori potrebbe essere letto come la voglia di cercare indizi che possano dirci, definitivamente, se il pianeta rosso ha ospitato (o ospita) forme di vita.


La visione della cosa però, dovrebbe cambiare, almeno in parte, se aggiungiamo un altro studio dei medesimi autori, pubblicato pochi mesi prima (nel 2018).  Christopher McKay ha pubblicato uno studio dal titolo “La ricerca su Marte di una seconda genesi di vita nel Sistema Solare e la necessità di un'esplorazione biologicamente reversibile”.

La domanda che dovremmo porci è la seguente: perché cercare una seconda genesi su Marte se non si ha (almeno ufficialmente) ancora certezza che ci sia stata vita sul pianeta rosso? Che senso ha cercare l’origine di qualcosa che non si sa se sia mai esistita?

Sarebbe come cercare di capire, nelle nostre case ad esempio, da dove entrano le formiche senza che ne abbiamo mai vista una all’interno delle nostre abitazioni.

E se tutto questo già appare illogico all’uomo comune, lo è ancor di più sotto il profilo dell’applicazione del metodo scientifico. Com’è possibile che scienziati importanti, che lavorano per le agenzie spaziali e pubblicano ricerche scientifiche sulle più importanti riviste del settore, compiano studi per cercare risposta a domande certamente interessanti ma senza avere sufficienti informazioni per dirimere la questione?

Hanno forse informazioni maggiori di quelle in possesso dell’opinione pubblica?


Come esposto dettagliatamente nel libro “Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione”, le informazioni che l’opinione pubblica ignora sul nostro legame “ancestrale” con il pianeta rosso sono molte, come ad esempio, che le prove che ci sia stata, e che ancora ci sia, vita su Marte sono già state trovate.

Le analisi di vecchi dati o il riesame di meteoriti marziani giunti sulla Terra hanno fornito solide prove a riguardo ma, trattandosi di elementi “poco mediatici” non sono stati utilizzati per informare il grande pubblico della rivoluzionaria scoperta riguardo la vita extraterrestre. Si tratta, infatti, (e mi attengo ai soli studi ufficiali pubblicati) di tracce lasciate nelle rocce da microorganismi, oppure da gas prodotti dall’attività degli stessi, e non di “animaletti marziani” che, anche se minuscoli, avrebbero certamente una risonanza mediatica tale da far avere alla comunità scientifica e alle agenzie spaziali, un ritorno politico, economico e di popolarità che una scoperta come quella del ritrovamento di vita extraterrestre merita.


Come già anticipato in precedenti articoli quindi, l’annuncio è rimandato tra qualche anno, non appena le missioni di esplorazione spaziale partite quest’anno (2020) proprio allo scopo di “trovare forme di vita presente o passata” (obiettivi ufficiali e principali delle missioni) arriveranno su Marte (arrivo previsto gennaio-febbraio 2021). Sono ben tre le missioni già partite verso il pianeta rosso, una sonda orbiter (Hope) degli Emirati Arabi (che analizzerà l’atmosfera marziana), una cinese con un orbiter, un lander e un rover, e una degli stati Uniti, la missione Mars2020 con il rover laboratorio Perseverance e un drone elicottero Ingenuity. Doveva esserci anche la missione europea, a guida italiana, Exomars2020, ma il lockdown imposto dal Governo italiano ha impedito gli ultimi preparativi, costringendo l’ESA ha rinviare la missione alla prossima finestra di lancio (2022), con ammartaggio previsto per il 2023.

 

Insomma, in attesa dell’annuncio ufficiale che cambierà per sempre il modo in cui l’umanità guarda l’universo, sapendo di non essere più soli, “accontentiamoci” di sapere che, nell’ambito della comunità scientifica c’è già questa consapevolezza che traspare, poiché come abbiamo visto, è data quasi per scontata, in molti studi scientifici.




Stefano Nasetti


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