Proposta l'istituzione della Banca mondiale del DNA


La rivista Scienze ha pubblicato la proposta di istituire una banca dati universale del Dna al servizio della medicina forense. La proposta è stata avanzata da un gruppo di ricerca della Vanderbilt University di Nashville, negli Stati Uniti, guidato da James Hazel.


Recentemente, negli Stati Uniti ma anche in Europa, i database con i dati genetici disponibili al pubblico, che appartengono alle aziende private, hanno permesso di identificare dei presunti killer, collegando il Dna trovato sulla scena del crimine con le informazioni genetiche date volontariamente dai loro familiari. Al di fuori delle banche dati pubbliche, i dati genetici conservati in quelle private possono invece essere ottenuti dietro un mandato di comparizione.

Secondo i ricercatori, le richieste di dati privati inoltrate delle forze dell'ordine sono destinate ad aumentare, a seguito della sempre maggiore diffusione di questi metodi d’indagine.

Anche se il Dna è un potente strumento per risolvere i crimini, sorge la questione riguardo quali corpi di polizia potrebbero avervi accesso e dell'unione dei dati genetici provenienti da server pubblici e privati.


Secondo questi “scienziati” l'istituzione di una banca mondiale del DNA sarebbe più produttiva, meno discriminatoria e garantirebbe una maggiore privacy, poiché permetterebbe di superare alcuni pregiudizi collegati agli attuali database forensi, che sono costituiti in gran parte da campioni di persone arrestate o condannate generalmente giovani e di colore, a differenza di quelli privati che invece hanno il Dna di persone bianche.

Siamo al paradosso!

Come è possibile affermare che una schedatura definitiva completa e sistematica della popolazione (perché questo in sostanza è stato proposto, nascosto con il nome di “Banca dati universale del DNA per la medicina forense”) possa garantire maggiore privacy?


Viviamo in un mondo in cui ogni aspetto della nostra vita è ormai osservato, catalogato e studiato attraverso la massiccia raccolta di dati che avviene con ogni mezzo, dagli smartphone, ai computer, dagli ormai onnipresenti oggetti SMART (connessi alla rete), alle carte fedeltà o di pagamento, dai miliardi di telecamere con riconoscimento facciale poste in ogni dove nelle città e nei centri commerciali, fino ai satelliti che scrutano dall’alto ogni cosa.

Continuamente ogni cosa che facciamo è osservata, ogni parola pronunciata è registrata. In tutto questo, mentre la “propaganda” spinge sempre più verso l’integrazione uomo macchina iniziando ad esempio, dalla promozione all'uso dei microchip sottocutanei già diffusi in molti Paesi dell’Europa settentrionale, il concetto di privacy, ultimo apparente baluardo di quella una pallida idea che chiamiamo ancora libertà, viene minacciato.


Con l’introduzione della carta d’identità elettronica (che ha imposto il prelevamento delle impronte digitali, già proposto in precedenza per il rilascio dei passaporti) la "schedatura classica" sistematica delle persone, fin dai bambini, è divenuta una realtà.

Fino a una decina di anni fa, o poco più, la schedatura classica, cioè la raccolta delle generalità (nome, cognome, età, sesso, altezza, peso, ecc.) dei segni particolari e distintivi (come foto del volto di fronte e di profilo e le impronte digitali) che oggi sono genericamente chiamati “parametri biometrici”, era riservata ai criminali.

Una volta tratti in arresto, si passava appunto a “schedare” il criminale o presunto tale.

Oggi, il medesimo trattamento è riservato indiscriminatamente a tutta la popolazione, ma nessuno sembra essersi indignato per questo.

La scusa è quella di garantire maggiore sicurezza ma, la realtà dei fatti dimostra che non è assolutamente così.

In quelle che noi continuiamo a chiamare impropriamente “democrazie” l’ingerenza dello Stato, si fa sempre più pressante e coercitiva.

Non si è più propriamente liberi di manifestare pubblicamente, sebbene non si calunni, insulti o diffami nessuno, il proprio pensiero se questo non è conforme ad alcune idee dominanti (il riferimento è alle leggi sul negazionismo). Non si è più padroni del proprio corpo e della propria salute (il riferimento è ai crescenti e sempre più diffusi obblighi vaccinali).


In Francia, spesso considerata patria della democrazia in Europa (poiché i principi democratici erano francesi erano stati “importati” dai nascenti Stati Uniti, nel 1776), le cose vanno addirittura peggio.

È stata infatti proposta dal “democratico” Macron, l’istituzione di un tribunale deputato a stabilire, in perfetto stile orwelliano, cosa sia vero e cosa no. Un “ministero della verità” insomma.


Oggi dai “democraticissimi” Stati Uniti, quelli che esportano la “democrazia” con le bombe e che spiano tutti, Governi amici e nemici e l’intera popolazione mondiale,  si propone di istituire l’ennesimo, ma non ultimo dato che il microchip sottocutaneo non è ancora obbligatorio, strumento di controllo, come la banca dati mondiale del DNA.

Possibile che nessuno si ponga la questione riguardo la minaccia che questo eventuale sistema di raccolta dati, pone alla libertà personale e alla democrazia.

È davvero necessario dover ricordare che questi dati, conservati su server, potrebbero finire nelle mani sbagliate? Ogni sistema informatico è violabile, non solo da hacker criminali ma, soprattutto (Edward Snowden docet) dai Governi, che possono legalmente o illegalmente accedere a questi dati e farne ciò che vogliono.

La concentrazione di dati nelle mani di pochi, costituisce una seria minaccia alla libertà e alla democrazia.

Le informazioni sono la primaria fonte per l'ottenimento o il mantenimento del potere!


Solo per fare un esempio, sostituire sui server il nome di un profilo genetico con un altro, può determinare l’accusa o l’assoluzione di una persona.

Pensate davvero che queste cose non possano accadere o che ci sarà qualcuno che potrà mai garantire che ciò non accada?

Negli ultimi anni è già la seconda volta che la rivista Science pubblica una proposta di raccolta massiva e sistematica del DNA di tutta la popolazione. Anche nel precedente caso, avvenuto nel gennaio del 2017, la proposta veniva da scienziati statunitensi.

Nel frattempo altri Paesi (Italia compresa) hanno istituito i propri centri di raccolta del DNA.

Per il momento dei soli carcerati ma si sa, come già avvenuto ad esempio per i vaccini, una volta fatto accettare alla popolazione il provvedimento in linea di principio, ad allargare la platea degli obbligati si fa presto, è solo il passo successivo.


Parallelamente continuano le iniziative private per creare banche dati del DNA (come quella dell'industria farmaceoutica Astra Zeneca).

Ma l’opinione pubblica dov’è? I Mass media? E gli scienziati nostrani cosa ne pensano?


Secondo il genetista Giuseppe Novelli, intervistato dalla’agenzia ANSA, si tratta di una proposta interessante, ma che suscita diverse perplessità: "Al momento ci sono pochi dati a supporto dell'idea che una banca dati universale possa aiutare a ridurre il crimine. Prima di dire che è efficace e ha dei benefici, bisognerebbe sperimentarla almeno in uno stato per alcuni anni e vederne l'impatto".

Secondo Novelli sarebbe meglio usare banche dati del genere "per identificare i cadaveri senza nome o nei luoghi dei disastri di massa".

Se questo rappresenta il massimo della discussione, appare chiaro quindi, che siamo già oltre.

Non si discute se sia opportuno istituirla o meno, quanto piuttosto cosa farne dei dati raccolti.

Siamo o stiamo andando, ormai verso un futuro orwelliano in cui chiameremo “democrazia” la dittatura, tanto per illuderci di essere ancora liberi.


Quando i nostri figli, o più probabilmente i nostri nipoti, guarderanno alle nostre generazioni odierne, piangeranno pensando a quanto avevamo ottenuto a livello di diritti e libertà, e a quanto abbiamo perso senza fare assolutamente nulla ma anzi, plaudendo e accompagnando ciascuna di queste privazioni illiberali e antidemocratiche con soddisfazione e sorriso sulle labbra, pensando che si tratti di complottismo.

Ci ricorderanno con rancore a causa della nostra indifferenza, il nostro egoismo, il nostro egocentrismo che non ci ha permesso di unirci per fronteggiare il subdolo avanzare di questo autoritarismo che si respira ormai in ogni campo, dalla scienza alla politica.

Stiamo vivendo un nuovo medioevo.

Anche se apparentemente più civilizzati, più tecnologicamente avanzati, mediamente più eruditi, enormi passi indietro sono stati fatti negli ultimi due decenni dal punto di vista del rispetto dei valori e dei diritti individuali e democratici. Distratti dai gadget tecnologici e dalla propaganda mediatica, la società moderna ha perso molti dei suoi principi e valori individuali e sociali.


Politica ed economia hanno utilizzato (e stanno utilizzando) il progresso scientifico e tecnologico per circoscrivere sempre più i diritti dei cittadini, facendosi sempre più oppressivi.

In presenza dell’incapacità conclamata della gente di discutere di valori e principi, di identificare quelli comuni e di unirsi in difesa di questi, non resta che dire “si salvi chi può”, consapevoli che forse non c’è più alcun posto in questo mondo, dove cercare salvezza.


Autore Testo : Stefano Nasetti

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