Siamo figli delle stelle e non siamo soli! La conferma da nuovi studi.



Come ha avuto origine la vita? Creazionismo? Per abiogenesi (nascita spontanea della vita)? Per panspermia (vita arrivata da altri luoghi)?

Dall’ipotesi più fantasiosa, la prima, a quella più probabile, la terza, passando per quella possibile ma assai meno verosimile, la seconda, per trovare una risposta alla domanda iniziale, è necessario fare riferimento a tutte le nostre conoscenze.


La risposta proposta dalle religioni (creazionismo) ha un seguito senza pari, con miliardi di adepti. Quella prevalente in ambito scientifico (l’abiogenesi), ha certamente un seguito minore rispetto al creazionismo, tuttavia ha una valenza pari, se non superiore, a quella delle religioni poiché rappresenta l’opinione prevalente nella comunità scientifica e quindi costituisce il “sapere” ufficiale che viene insegnato.


Non dovrebbe interessarci invece, se alcune di queste ipotesi godono di maggiore popolarità, ciascuno dei rispettivi ambiti, a discapito di altre possibilità.

Galileo sosteneva che in scienza “l’autorità di un migliaio di persone non vale di più del ragionamento di un singolo individuo”.

Nel mio piccolo, amo ripetere che le verità scientifiche non si decidono a maggioranza e che, quando si parla di scienza e di cosa sia reale e cosa non lo sia, sono i dati, i fatti a decidere chi ha torto e chi ragione, cosa è vero e cosa non lo è.

Credere a una teoria, non la rende vera. Ciò è vero sempre, in ogni caso, anche per le teorie scientifiche, se queste non tengono conto di tutte le informazioni disponibili o, non sono del tutto coerenti con esse.


Le informazioni, i dati, sono dunque essenziali per trovare una risposta più vicina possibile alla verità, sull’origine della vita sulla Terra.

Questo perché da tale circostanza, potrebbe essere legato il significato della nostra vita e lo scopo della stessa.

Non potendo prescindere dalle informazioni, è necessario mettere in discussione e aggiornare, se necessario, continuamente il nostro punto di vista sulla questione.

Non deve interessarci se le nuove informazioni che vengono trovate e divulgate, possano andare a sostegno di una delle possibili risposte e a discapito delle altre.

L’evidenza dei dati dovrebbe essere la nostra bussola.


È stato ormai assodato che circa 4 miliardi di anni fa la Terra era assolutamente inospitale, con eruzioni vulcaniche continue, frequenti bombardamenti di asteroidi e nessuna traccia di ossigeno. Qualunque forma di vita, anche la più elementare, non avrebbe mai potuto svilupparsi in un ambiente simile. Eppure a un certo punto qualcosa è cambiato, e nonostante le bassissime probabilità di successo la chimica terrestre ha avuto le condizioni giuste per la comparsa delle prime forme viventi, anche questo è un dato di fatto.


Che cosa ha permesso di raggiungere questo punto critico?

E quali sono stati gli ingredienti che hanno permesso la realizzazione di tali condizioni?


Indipendentemente dal motivo che ha permesso alla vita di fare la sua comparsa sulla Terra, dovevano certamente esserci condizioni idonee a sostenerla.

Ciò è vero sempre, sia nell’ipotesi più fantasiosa, quella del creazionismo divino, sia in quelle di stampo più scientifico come abiogenesi e panspermia.

L’abiogenesi suggerisce che la Terra sia un pianeta “fortunato”, che casualmente si è venuto a trovare alla giusta distanza dalla sua stella e, altrettanto fortuitamente, ha visto la contemporanea presenza di tutti gli elementi essenziali per la comparsa spontanea della vita. Questa teoria considera la Terra come se fosse un corpo avulso dal resto dell’universo, in cui, almeno per quanto riguarda la comparsa della vita, le interazioni con lo spazio extraterrestre, sebbene possano esserci state, sono state quasi ininfluenti.

La “fortunata” serie di circostanze casuali che hanno portato alla comparsa della vita sulla Terra sarebbe quindi, più uniche che rare, il che, in poche parole, sottintende che le possibilità che la vita esista anche altrove siano pressoché nulle.

È chiaro che la teoria dell’abiogenesi sia figlia dei suoi tempi, in cui conoscevamo poco di ciò che c’è nel nostro sistema solare e ancor meno di ciò che esiste fuori di esso.

Tutto questo dovrebbe oggi apparirci ben chiaro, eppure non è così.


Infatti, nonostante la teoria dell’abiogenesi sia quella prevalente in abito scientifico e quindi la spiegazione ufficiale alla comparsa della vita sul nostro pianeta, molti rimarranno sorpresi dall’apprendere che questa idea è molto più vicina a una “verità di Stato” che a una realtà oggettiva.

Possibile? Assolutamente sì.


Sappiamo, infatti, che la vita per come la conosciamo, ha necessità della contemporanea presenza di alcuni elementi chimici fondamentali, tra cui il fosforo.

Questo elemento costituisce la spina dorsale delle molecole alla base di tutti gli organismi, il Dna e l'Rna. Il fosforo, che abbiamo scoperto essere presente su Marte fin dall’inizio della sua formazione, non è stato ancora mai ritrovato in campioni di rocce terrestri risalenti alla terra primordiale. Come può essersi quindi originata spontaneamente una vita contenente il fosforo se il fosforo non era presente sulla Terra?


Da circa 50 anni questo è stato un rompicapo indecifrabile per la comunità scientifica.

Ciò nonostante, solo per evitare di abbracciare ipotesi scientifiche certamente più logiche, ma meno popolari e certamente più “ridimensionanti” (poiché l’universo è misurato attraverso il “metro antropico”), come la panspermia, le autorità scientifiche hanno continuato a sostenere e insegnare questa idea o forse, per meglio dire, opinione.

Capire dove si potesse trovare il fosforo nella Terra primitiva, è divenuto una delle principali domande dei biologi e astrobiologi, perché è divenuta quasi un’esigenza per poter continuare a sostenere l’idea dell’abiogenesi.


L’ultima possibile risposta in ordine di tempo, è arriva dalla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze, Pnas, da parte di un gruppo dell'università di Washington coordinato da Jonathan Toner.

I ricercatori hanno studiato i laghi particolarmente ricchi dei sali, chiamati carbonati, che si formano in ambienti asciutti, come Mono Lake in California e il lago Magadi in Kenya. Analizzandone le acque, si sono rilevati livelli di fosforo fino a 50.000 volte più alti rispetto a quelli trovati sia nell'acqua di mare sia in qualsiasi altro ambiente di acqua dolce.

Proprio i carbonati presenti in queste acque sono i responsabili delle elevate concentrazioni di fosforo: legandosi al calcio, lasciano il fosforo libero di accumularsi.

Da questa evidenza oggettiva è stato dedotto che, nella Terra primordiale questo processo deve essere stato molto comune perché, secondo il coordinatore di questa ricerca, i vulcani attivi erano numerosi e le rocce vulcaniche appena formate reagivano con l'anidride carbonica, fornendo carbonati ai laghi. "Per questo motivo - ha concluso Jonatahn Toner - la Terra primordiale avrebbe potuto ospitare molti laghi ricchi di carbonati, con concentrazioni di fosforo tali da dare inizio alla vita".


Tutto risolto quindi, l’abiogenesi ha trovato conferma.

La Terra è un pianeta più unico che raro, e la vita su di essa, compresa la nostra presenza, è un fatto fortuito e fortunato. Possiamo continuare a compiacere il nostro ego, continuando a sentirci un po’ speciali, quando guardiamo e contempliamo l’immensità dell’universo.

Già, ma purtroppo non è così.


Al di là della semplicistica e superficiale comunicazione di questa informazione da parte della maggioranza dei mass media, dalla lettura attenta dello studio dell’Università di Washington, è abbastanza chiaro che in realtà non è stata trovata alcuna evidenza oggettiva della presenza di fosforo nella Terra primordiale, ma ne è stata solo ipotizzata la presenza in alcuni luoghi in virtù di una condizione oggi presenti in ambienti che si suppone potessero avere condizioni simili alla Terra primordiale.

Si tratta quindi, di una semplice nuova ipotesi per spiegare in quali ambienti potesse essersi originato il fosforo. Non sappiamo tuttavia se effettivamente l’ipotesi, per quanto scientificamente possibile, si sia poi verificata.

Eppure il fosforo doveva certamente esserci.

Ma allora da dove veniva?


Due diversi studi hanno oggi fornito elementi tangibili che hanno aggiunto nuovi elementi sul piatto della bilancia dell’altra teoria scientifica, quella opposta all’abiogenesi: la panspermia.

Il primo studio è quello pubblicato sulla rivista  Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, guidato dall’Università di Berna e dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, che hanno utilizzato rispettivamente i dati dello strumento Rosina, lo spettrometro a bordo della sonda Esa Rosetta, e i dati di Alma (Atacama Large Millimeter/Submillimeter Array).

Attraverso le osservazioni di Alma il team dell’INAF ha individuato l’area principale nello spazio in cui si formano le molecole contenenti fosforo: si tratta di una regione di formazione stellare nota come Aflg 5142, una sorta di nube formata da gas e polvere.

In regioni simili sorgono nuove stelle e sistemi planetari, rendendo queste aree i luoghi ideali da cui iniziare la ricerca dei cosiddetti “mattoni della vita”, molecole organiche complesse che, unendosi successivamente tra loro in condizioni favorevoli, hanno dato origine al RNA e poi al DNA.


I risultati delle osservazioni hanno evidenziato che le molecole contenenti fosforo vengono create quando si formano stelle massicce. I flussi di gas provenienti da queste stelle scavano delle cavità nelle nubi interstellari.

All’interno delle cavità, grazie all’azione combinata di urti e radiazioni della giovane stella, si formano le molecole contenenti fosforo. Tra tutte le molecole il monossido di fosforo resta quella predominante.

Questo primo riscontro preliminare, ha portato il team ad una considerazione importante: se le pareti della cavità collassano per formare una stella, il monossido di fosforo può congelarsi e rimanere intrappolato nei granelli di polvere ghiacciata rimasti attorno alla neonata.

È ormai noto che, durante il processo di formazione stellare, però, parte dei granelli di polvere si unisce andando a formare rocce e infine comete.

Ciò non avviene sempre, ma le comete si originano in questo modo.

Queste ultime, diventano così vere e proprie “incubatrici” di monossido di fosforo e di tanti altri elementi. Solo a questo punto, e per questo motivo, gli scienziati hanno spostato l’attenzione su una delle comete più studiate del Sistema Solare, grazie soprattutto alla missione Rosetta: la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.


Nel corso della missione, lo strumento Rosina ha osservato la cometa per due anni rilevando tracce di fosforo sul corpo celeste, senza però individuare nello specifico di quale molecola si trattasse. Combinando i dati di Alma e di Rosina, il team dell’INAF e dell’Università di Berna ha identificato il monossido di fosforo come risposta.

Kathrin Altwegg, co-autrice del nuovo studio ha dichiarato “Il fosforo è essenziale per la vita come la conosciamo e dato che le comete hanno probabilmente fornito grandi quantità di composti organici alla Terra, il monossido di fosforo trovato nella cometa 67P potrebbe rafforzare il legame tra le comete e la vita sulla Terra”.


È indiscutibilmente chiaro ormai che c’è un legame sempre più stretto tra la presenza della vita e l’impatto delle comete sul nostro pianeta. Ma quali altre sostanze fondamentali hanno portato le comete, i meteoriti e gli asteroidi nell’impatto con la Terra?

Lo suggeriscono sempre i dati dello spettrometro Rosina, elaborati dall’università di Berna.

Il team di ricerca svizzero ha scoperto la presenza di sali di ammonio, la cui presenza non era stata rilevata nelle prevedenti analisi dei dati.

Rosetta non è stata la prima missione impegnata in un flyby ravvicinato di una cometa.

Nel 1985 la sonda Esa Giotto aveva sorvolato la cometa di Halley e, grazie al suo spettrometro, aveva osservato una mancanza di azoto nella sua chioma. Sebbene l’azoto sia stato scoperto sotto forma di ammoniaca e acido cianidrico, l’incidenza è stata inferiore alle attese degli scienziati.


Dopo oltre trent’anni, la sonda Rosetta ha sorvolato un'altra cometa, la cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, giungendo a soli 1,9 chilometri di distanza dalla superficie, e immergendosi nella sua chioma. L’impatto con le polveri emesse dalla cometa non è stato indolore. I sensori dello spettrometro Rosina sono andati quasi distrutti tuttavia, grazie a questo incidente, gli scienziati sono riusciti a rilevare alcune tipologie di particelle mai analizzate prima. In particolare l’incidenza di ammoniaca, (composto chimico formato da azoto e idrogeno), è risultata sorprendentemente alta.


Sono state necessarie molte analisi in laboratorio per dimostrare la presenza di questi sali nel ghiaccio cometario. “Il team di Rosina ha trovato tracce di cinque diversi sali di ammonio: cloruro di ammonio, cianuro di ammonio, cianato di ammonio, formiato di ammonio e acetato di ammonio – ha dichiarato Nora Hanni del team Rosina – fino ad ora l’apparente assenza di azoto nelle comete era un mistero. Il nostro studio ora mostra che è molto probabile che l’azoto sia presente sulle comete, in particolare sotto forma di sali di ammonio”.


La presenza di questi sali è importantissima.

I sali di ammonio scoperti, infatti, includono diverse molecole rilevanti nel campo dell’astrobiologia che possono favorire lo sviluppo di urea, aminoacidi, adenina e nucleotidi. La presenza di questi composti è sicuramente un’altra indicazione che gli impatti delle comete possono essere collegati con l’emergere della vita sulla Terra.

Ma non finisce qui, perché da un accurato lavoro di revisione e miglioramento della qualità dei dati, questa volta relativi alla composizione della superficie del nucleo della cometa 67P Churyumov Gerasimenko raccolti da un altro strumento, lo spettrometro italiano VIRTIS, montato sempre a bordo della sonda spaziale europea Rosetta, ha permesso di individuare, per la prima volta su un oggetto celeste di questo tipo, chiare tracce di composti organici alifatici, catene di atomi di carbonio e idrogeno.

Si tratta della prima identificazione di questo tipo di composti organici solidi su un nucleo cometario, ed è anche la prima identificazione da remoto, ovvero senza il rischio di alterare il campione durante la sua misura. I ricercatori hanno riesaminato alcuni milioni di spettri raccolti da VIRTIS (Visual, Infra-Red and Thermal Imaging Spectrometer) per ricavare la più accurata “visione” nell’infrarosso dei materiali che sono presenti sulla superficie del nucleo della cometa 67P.


Il materiale del nucleo risulta così avere delle caratteristiche simili a quelle del mezzo interstellare diffuso e in alcune meteoriti rinvenute sulla Terra, suggerendo una continuità tra questi due ambienti, e fornendo un ponte di collegamento evolutivo: i composti organici presenti nel mezzo interstellare che sono stati catturati nella nube primordiale da cui si è formato il Sistema solare rimangono intrappolati nelle regioni più fredde e periferiche in piccoli oggetti come asteroidi e comete. Questi corpi celesti sono rimasti inalterati e, impattando sui pianeti, tra cui la Terra, possono aver fornito il materiale organico alla base dei cosiddetti “mattoni della vita”.


Nel presentare lo studio, questa volta pubblicato nell’ultimo numero della rivista Nature Astronomy, i coordinatori dello studio hanno affermato: “Già sapevamo che la gran parte dei composti organici presenti sulla Terra primordiale provengono dallo spazio” ha detto l’astrofisico Andrea Raponi. “Ora, questo studio suggerisce che possiamo spingerci oltre: i composti organici del Sistema solare sono probabilmente – e almeno parzialmente – ereditati direttamente dal mezzo interstellare. Quest'affascinante scenario suggerisce quindi che lo stesso materiale organico possa essere disponibile anche per altri sistemi planetari.

Lo studio appena pubblicato – ha aggiunto Eleonora Ammannito ricercatrice delle Scienze Planetarie dell’Agenzia Spaziale Italiana – identifica nelle comete un credibile mezzo di trasporto di materiale organico all’interno del Sistema Solare. Sempre di più, quindi, si evidenzia l’importanza di combinare gli studi sull’origine della vita terrestre con quelli sui corpi minori come comete, asteroidi e meteoriti. Solo un approccio multidisciplinare, infatti, ci permetterà – conclude la Ammannito – di capire le dinamiche che hanno portato allo sviluppo della vita sulla Terra e di focalizzare al meglio gli sforzi per la ricerca di forme di vita extraterrestri”.


È bene ricordare che materia organica extraterrestre è stata già ritrovata sul nostro pianeta, in particolare su alcuni monti del Sudafrica. Così come, in quasi tutti i quasi 200 meteoriti marziani ritrovati sulla Terra, ci sono tracce di microrganismi vivi sul pianeta rosso alcuni miliardi di anni fa.

Le ricerche citate in quest'articolo, ci forniscono dunque un altro tangibile elemento a sostegno della connessione tra ambiente extraterrestre e ambiente terrestre riguardo la creazione delle condizioni necessaria alla presenza di vita.


Se ciò non bastasse, due ricercatori, nel commentare la pubblicazione dei loro studi, ci suggeriscono esplicitamente che le condizioni che hanno portato le sostanze necessarie alla vita, giunte sulla Terra dallo spazio, possano essersi ripetute anche per altri sistemi planetari, sottolineando come i meteoriti possono essere decisivi nella diffusione dei composti organici e della vita stessa.

Facciamo parte di un qualcosa di molto più grande di quanto comunemente pensiamo. Quelle sulla Terra non sono, con ogni probabilità, le uniche forme di vita presenti nell’universo.

La vita extraterrestre potrebbe essere molto più vicina di quanto immaginiamo.

Che si accetti o no, man mano che raccogliamo nuove informazioni nella ricerca della risposta alla comparsa della vita sul nostro pianeta, appare chiaro che siamo figli delle stelle e non siamo i soli!



Autore articolo: Stefano Nasetti

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