SETI: LEZIONI DI “LINGUA ALIENA”



Gli scritti scientifici (o più compiutamente la scrittura scientifica) nel corso del tempo si è forse meritata una cattiva reputazione.

È oscura, ermetica, piena di espressioni convenzionali all’ambiente scientifico e apparentemente incomprensibile per chiunque, tranne che per gli altri scienziati, e talvolta nemmeno per loro.


In realtà nella maggioranza dei casi, gli scienziati scelgono le loro parole con la stessa attenzione, dei poeti quando compongono i loro versi.

Eppure il risultato appare decisamente differente.

Se un testo poetico riesce spesso a far “sentire”, a stimolare delle emozioni, i testi scientifici, con la loro maniacale precisione, sembrano fare l'opposto. Tuttavia sovente ogni frase o parola anche dei testi scientifici è frutto di una intensa riflessione.

Quando si vuole esprime un concetto evitando il rischio di essere fraintesi, non può che essere così. È necessario scegliere le parole giuste, anche se quelle parole sono incomprensibili per la maggioranza delle persone, come può essere ad esempio l’espressione “magnetostatica relativista”.


Ci sono poi delle parole di “origine scientifica” ma che sono diventate di uso comune, che oggi più che mai, hanno assunto nel linguaggio utilizzato dall’uomo della strada e dai mass media un significato “distorto” rispetto al significato originario.

Queste parole si portano dietro un carico di “pregiudizi” che minano la credibilità dell’intero discorso o testo scientifico nel quale vengono utilizzate.


In campo astrobiologico e astrofisico, così come in molti altri settori scientifici, il dibattito riguardo le parole più opportune da utilizzare è più vivo che mai. Come detto infatti, nessuno vuole che il lavoro e risultati delle proprie serie ricerche scientifiche possano venir sminuiti a causa del retaggio negativo che certe parole si portano dietro.

In ambito scientifico la ricerca di forme di vita extraterrestre è, a differenza di quanto comunemente molti pensano, un qualcosa che viene fatto con serietà.

Si può affermare senza tema di smentite, che la ricerca di intelligenza extraterrestre è un campo di ricerca scientifica a tutti gli effetti.


Il linguaggio del SETI (la ricerca di intelligenza extraterrestre) è caratterizzato, forse più di ogni altro settore scientifico, di parole ormai dal significato degradato, considerato “volgare linguaggio da fantascienza”. Parole come “colonizzazione”, ”alieni”, “civiltà avanzate”, rappresentano solo alcuni esempi di parole cariche di pregiudizi, originati da speculatori dell’ipotesi ufologica e non dall’ufologia fatta con serietà.

Diventa sempre più difficile quindi, che le persone prendano seriamente chi compie studi o parli di alcuni argomenti utilizzando queste parole, anche se si tratta di scienziati prestigiosi e/o accademici, di esponenti delle agenzie spaziali, delle forze armate o di qualche altra agenzia governativa che finanzia la ricerca di vita extraterrestre.

Figuriamoci poi se queste parole fossero pronunciate a cuor leggero da un politico o, addirittura, se facessero la loro comparsa in un testo di legge! Che ne sarebbe dell’immagine pubblica di questi politici?


La questione del linguaggio da utilizzare in tema di ricerca di vita extraterrestre è oggi particolarmente sentita, soprattutto in quei Paesi in cui l’industria aerospaziale e le ricerche astrofisiche e astrobiologiche vanno avanti da decenni, e che hanno avuto addirittura un nuovo rilancio, alla luce delle ultime scoperte tecnologiche e della consapevolezza dell’esistenza della vita extraterrestre (almeno in forma microbica) proprio qui, già nel nostro sistema solare.


Oggi, grazie alle nuove tecnologie, gli astrofisici e gli astrobiologi non si limitano soltanto a scoprire quotidianamente decine di altri pianeti, ma cominciano a studiarne le atmosfere in cerca di segnali che possano evidenziare la presenza di forme di vita “intelligente”.

Nel linguaggio scientifico si dice che cercano le “tecnosignatures”, cioè le “firme tecnologiche”.

Negli Stati Uniti, poiché il Congresso pensa almeno da cinque anni di riavviare, finanziandolo, il SETI alla NASA, programma abbandonato da decenni e che continua a vivere solo grazie a finanziamenti privati, ad alcuni scienziati è sembrato il momento giusto per creare un lessico SETI che potesse standardizzare il linguaggio, e rendere i ricercatori consapevoli dei pregiudizi insiti in alcune delle parole per il loro di uso quotidiano.

Secondo questi scienziati, l’utilizzo in modo più attento e consapevole di certe parole, potrà aiutare i politici a proporre leggi e stanziare finanziamenti che possano aiutare lo sviluppo di questo settore di ricerca.


Così, nel 2018, l'astrofisico Jason Wright della Penn State University ha riunito il Comitato Ad Hoc sulla Nomenclatura SETI, un ristretto gruppo di appena sei persone che includeva, oltre a astrobiologi, fisici e astrofisici, anche un antropologo e uno storico, nonché la pioniera del SETI Jill Tarter. I membri del gruppo hanno passato mesi a discutere e analizzare il linguaggio solitamente utilizzato quando si parla di alieni e hanno poi pubblicato un rapporto sul risultato della loro lunga e attenta riflessione linguistica.

Uno dei loro consigli chiave è stato: smettiamola di parlare di alieni!

Detta così può sembrare un controsenso, ma dietro a questa affermazione perentoria c’è un ragionamento fondato su una consapevolezza.


La parola "alieno", almeno quando è usata come sostantivo, è ormai diventata troppo evocativa di immaginarie razze di extraterrestri di creazione cinematografica come i Klingon di Star Trek o i Wookies di Star Wars, oppure di piccoli uomini verdi (come nelle produzioni letterarie e cinematografiche della prima metà del novecento) o di rapitori notturni raccontati dalla moltitudine di sedicenti addotti di cui ormai è piena la rete.

Secondo Jason Wright e, la parola “alieno” quindi, oggi si porta dietro quello che gli americani chiamano “giggle factor”, cioè il "fattore di risatina", che mina la serietà della scienza, dello scienziato e dello studio che la utilizza, fattore che lo stesso Wright sarebbe felice di lasciare agli "ufologi della domenica" e ad Hollywood.


"Alieni" è anche una parola politica. Sebbene sia un termine emotivamente neutro, almeno dal punto di vista etimologico, per il resto dell’opinione pubblica è tutt'altro che neutro.

Una persona "aliena" non viene solo da qualche altra parte. È qualcos'altro, è quella diversità inquietante o sgradevole, senza contare poi che l'associazione di "alieni" con “extraterrestri” aumenta ancor di più l’effetto disumanizzante della parola, che rende il tutto per una larga fetta di opinione pubblica più incline ad accettare esclusivamente le verità di Stato, un qualcosa di cui rifiutare, anche solo inconsciamente, l’accettazione o l’esistenza.


Se secondo il Comitato Ad Hoc per la nomenclatura SETI non sarebbe opportuno utilizzare la parola "alieno", allora quale parola si dovrebbe utilizzare per parlare di certi cose in ambito scientifico? I membri del comitato hanno indicato l’espressione "specie extraterrestri" come frase preferita, sebbene "società extraterrestre" potrebbe essere anche migliore, poiché porta con sé il concetto più neutro di una biologia semplicemente non familiare. L’espressione “società extraterrestre” sarebbe meglio anche di "civiltà extraterrestre", anche a causa dell’ambiguità e antropocentrismo di quest'ultimo termine.


Ho già fatto presente in molti articoli e nei miei libri, che uno degli errori più grandi che l’uomo commette nel valutare la realtà, distinguendo ciò che è possibile da ciò che non lo è, ciò che è reale da ciò che è falso, è il misurare tutto sulla base non solo delle conoscenze scientifiche (pratica che sarebbe già di per sé un qualcosa di sbagliato per il semplice fatto che le nostre conoscenze, se pur avanzate, continuano ad essere limitate) ma in base alle nostre attuali capacità tecnologiche. Dire quindi “civiltà extraterrestre”, secondo il gruppo di studiosi presieduto da Wright, evidenzierebbe ancora troppo la contrapposizione tra la visione umana (intesa come “civiltà”) e quella “extraterrestre”.


Sarebbe poi anche da evitare l’associazione tra società (o civiltà) extraterrestre e l’aggettivo qualificativo "avanzata", una parola in cui riecheggia l'etnocentrismo ammuffito della vecchia National Geographics.

Addirittura la stessa parola "SETI" (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) porterebbe in sé diverse problematiche, perché potrebbe essere concettualmente sbagliata.


Prendiamo, ad esempio, lo stesso concetto riassunto nelle lettere "ET". Se la vita sulla Terra avesse effettivamente avuto origine altrove (vedi teoria della panspermia di cui ho parlato in altri articoli di questo blog e più diffusamente nel libro “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”) se i nostri microbi ancestrali si fossero fatti strada fin qui, a bordo di un asteroide, provenienti da altri pianeti, o fossero invece partiti dalla Terra e fossero arrivati su altri pianeti, dovremmo chiederci: quegli organismi e i loro discendenti, sarebbero davvero extraterrestri? Oppure saremmo noi i veri ET? Nel loro rapporto, gli studiosi hanno ammesso che questo problema è al momento irrisolvibile, poiché non si ha alcuna certezza riguardo l’origine della vita sulla Terra. Potremmo essere noi gli extraterrestri, magari anche solo marziani ma pur sempre extraterrestri.


Più imbarazzo ha generato la "I" di "intelligenza". Quando i ricercatori SETI parlano di "intelligenza", intendono in realtà "la qualità di essere in grado di progettare deliberatamente una tecnologia che potrebbe essere rilevabile utilizzando tecniche di osservazione astronomica". Tuttavia ognuno di noi conosce molte persone che sebbene intelligenti, non sanno farlo. Non ci vuole poi neanche troppa fantasia per immaginare una società extraterrestre che utilizza la sua intelligenza per scopi diversi dall'invio di segnali compatibili con la tecnologia di rilevamento della Terra del XXI° secolo.


Nonostante il rapporto del gruppo di studiosi americani, di fatto, decostruisca il gergo standard del campo astrofisico, astrobiologico e ufologico, è riuscito almeno a fare chiarezza riguardo le definizioni delle varie attività SETI. Tra queste possiamo ora distinguere la ricerca dell'artefatto SETI, vale a dire "la ricerca di manifestazioni fisiche della tecnologia", e del METI, o Messaging Extraterrestrial Intelligence, che significa inviare messaggi deliberati dalla Terra con la speranza che possano raggiungere altre società.

C’è poi la ricerca delle "firme tecnologiche" (technosignature) che, fondamentalmente, è la cosa che il programma SETI sta cercando e che è attualmente, l’attività preferita tra i responsabili i politici e i legislatori che si erano dichiarati contrari al progetto SETI decenni fa, chiudendo i rubinetti dei finanziamenti per questa ricerca.


L'effetto complessivo del rapporto è paradossalmente contrario a quello che si erano prefissi gli autori. Più che un dizionario della “lingua aliena” si è rivelato essere una sorta di anti-dizionario: uno che rende le definizioni meno esatte.

Parole essenziali come “intelligenza”, “extraterrestre” sembra si sforzino di contenere oggi tutte le possibilità aliene.


Che senso ha tutto questo se non quello di rendere ancor più caotico il già bistrattato modo della ricerca di vita extraterrestre? Dopo tutto, quali sono le parole giuste per descrivere cose che forse e/o, almeno ufficialmente, non abbiamo mai visto, o nemmeno immaginato?

La lingua è importante perché noi percepiamo, almeno in parte, la realtà attraverso le parole. Tuttavia se queste parole non sono utili a rendere meglio le idee che si vogliono esprimere ma, al contrario finiscono solo per rappresentare dei limiti cognitivi, è certamente meglio lasciare l’ortodossia delle parole a cui tanto tengono alcune persone oggi, per concentrarsi di più nella ricerca.

Per quanto riguarda l’uso appropriato delle parole, è forse meglio che gli scienziati si occupino di altro. Per l’uso adeguato delle parole è forse ora di chiamare i poeti...



Stefano Nasetti


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