Oumuamua e l’ipotesi della panspermia galattica



Il 19 ottobre 2017, un misterioso oggetto compare nel campo visivo del telescopio hawaiano Panstarss. La notizia fa presto il giro del mondo e gli astronomi hanno iniziato a ipotizzare le origini del visitatore interstellare.

L’oggetto, denominato Oumuamua, aveva le caratteristiche di una cometa e di un asteroide e alcuni hanno addirittura pensato che potesse trattarsi di una navicella aliena in visita nel nostro sistema stellare.

Già in un precedente articolo su questo blog, avevo affrontato la questione spiegando come l’anomala accelerazione che Oumuamua ha subito dopo il passaggio ravvicinato al nostro pianeta, aveva lasciato perplessi molti scienziati. Tutte le spiegazioni proposte per questa strana accelerazione non avevano poi trovato un riscontro oggettivo in coerenza con i dati raccolti e le nostre attuali conoscenze dell’astrofisica.


Si era dunque ipotizzato che fuoriuscite di gas dall’asteroide, dovute al passaggio nei pressi del Sole, potesse aver determinato quest’accelerazione.

L’ipotesi però è rimasta tale, complice la nostra incapacità tecnologica di poterla verificare, lasciando sul tavolo anche le ipotesi più esotiche.

Nella chiusura del precedente articolo (novembre 2018), avevo così proposto la possibilità che Oumuamua potesse essere una sorta di “inseminatore” interstellare, forse mandato da qualcuno o semplicemente di origine naturale. Insomma mi chiedevo se, le caratteristiche riscontrate in Oumuamua, potessero suggerire che, così come s’ipotizza oggi per molti sistemi stellari di nuova scoperta (tra tutti quello di Trappist-1), anche il nostro sistema solare potesse essere stato “inseminato” da comete o asteroidi portatori di vita, venuti dall’esterno.

Nell’ultimo mese (giugno 2019) due nuove ricerche scientifiche sono tornate a parlare di Oumuamua, della sua origine e del suo potenziale ruolo interstellare.

Un team dell’Università del Maryland ha pubblicato uno studio nel quale afferma che Oumuamua ha un’origine puramente naturale.

L’oggetto è stato analizzato sulla base dei dati esistenti giungendo alla conclusione che esso potrebbe essere stato espulso da un pianeta gigante gassoso in orbita intorno a un’altra stella. Un processo analogo potrebbe aver coinvolto in passato anche Giove che potrebbe aver creato la nube di Oort, un insieme di piccoli oggetti vicini al bordo esterno del sistema solare. Così come alcuni di questi oggetti potrebbero essersi mossi oltre l’influenza della gravità del Sole per diventare essi stessi viaggiatori interstellari, anche Oumuamua potrebbe aver subito lo stesso destino.

Tuttavia, è bene precisare, che si tratta ancora di una mera ipotesi che per nulla confuta definitivamente le precedenti e altre ipotesi apparentemente più bizzarre, come quella del veicolo alieno (magari ben camuffato), poiché i ricercatori del Maryland non sono riusciti a spiegare in modo convincente e oggettivo, l’accelerazione avuta da Oumuamua.


Del resto i dati a loro disposizione erano pressoché gli stessi che erano disponibili mesi or sono. In assenza di nuovi dati dunque, come avevo anticipato, era impossibile sapere di più su quello che rimane il primo “visitatore interstellare” osservato dall’uomo.

Anche per testare questa nuova ipotesi dunque, dovremo attendere telescopi come Lsst, operativo dal 2022, che permetterà di osservare il cielo con grande precisione, alla ricerca di altri oggetti celesti dalle origini misteriose come Oumuamua, per provare a capirne di più. Nel frattempo, si vagliano ovviamente anche altre ipotesi che, anche se apparentemente meno suggestive rispetto a quelle che vorrebbero Oumuamua essere un veicolo alieno, sono certamente molto più affascinanti per gli amanti della scienza e per tutti coloro che vorrebbero sapere di più sull’origine della vita sulla Terra.


Questo perché, come avevo suggerito nel precedente articolo e già accennato nei miei libri, sia in quello pubblicato nel 2015 che quello pubblicato nel 2018, gli oggetti interstellari come Oumuamua potrebbero avere implicazioni sull’origine dei pianeti e della vita su di essi, del nostro sistema Solare. Lo afferma uno studio condotto da Technion-Israel Institute of Technology, pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Quando fu scoperto due anni fa dalla survey Panstarss, Oumuamua aveva da subito suscitato l’interesse della comunità scientifica che ne aveva analizzato lo spettro elettromagnetico, giungendo alla conclusione che l’oggetto è composto prevalentemente di ghiaccio, in grado di resistere a un viaggio interstellare.

I ricercatori del Technion, si sono quindi chiesti cosa sarebbe potuto accadere se oggetti dalle caratteristiche simili a quelle di Oumuamua, fossero stati presenti (com’è probabile) circa 4,5 miliardi di anni fa, quando il Sole era molto giovane e il Sistema Solare non era altro che un disco gassoso. Gli oggetti interstellari, si legge nello studio, potrebbero essere la chiave per rispondere agli interrogativi sulla formazione dei pianeti e del Sistema Solare.

La teoria scientifica prevalente (ma non per questo necessariamente veritiera e corretta) ritiene che la maggior parte dei sistemi planetari si formi per aggregazione delle polveri fino a formare gli oggetti di piccole dimensioni, i cosiddetti planetesimi.

La fase successiva che origina il pianeta è quella dell’accrescimento: il nascente pianeta accrescerebbe le sue dimensioni grazie alla forza dell’attrazione gravitazionale dei planetesimi originatesi nella prima fase.

In questo nuovo studio, i ricercatori sostengono invece che la maggior parte dei sistemi planetari non ha bisogno di affrontare la fase di formazione di planetesimi, poiché sarebbero in grado di catturare i planetesimi interstellari (come Oumuamua) che sono stati espulsi in origine da altri sistemi. Ma come si può catturare un oggetto che viaggia a decine di chilometri al secondo attraverso un sistema planetario?

Per i ricercatori la risposta va cercata nel vento solare contrario, che può rallentare i planetesimi interstellari di dimensioni più grandi e spingerli nel neonato disco protoplanetario. Così facendo anche un singolo sistema planetario può espellere a sua volta, planetesimi di dimensioni medie che poi fungono da semi per la formazione di nuovi sistemi planetari.

Contrariamente a quanto ritenuto fino ad ora, nessun sistema planetario è un “territorio isolato”, un'isola sperduta senza alcun collegamento con il resto dell’universo, ma piuttosto il serbatoio di planetesimi interstellari catturati ed espulsi, capaci di avviare continuamente la nascita di nuovi sistemi planetari.


Nei loro calcoli teorici, al fine di dimostrare e stimare le probabilità di questo rivoluzionario sistema di semina planetaria e le sue conseguenti implicazioni per la formazione dei pianeti, i ricercatori hanno sviluppato un modello matematico che indica la probabilità di cattura, a seconda delle proprietà della popolazione planetesimale interstellare e del disco.

Così facendo il team del Technion-Israel Institute of Technology ha scoperto che catturare piccoli oggetti è più semplice, mentre la cattura di quelli più grandi è impegnativa, ma comunque possibile.

Se tutto questo può contribuire a spiegare meglio come si originano i pianeti e i sistemi solari, l’aspetto a mio parere più interessante è quello legato al possibile trasferimento della vita per mezzo degli stessi oggetti interstellari. Come ho già ampiamente spiegato nel mio ultimo libro, oggi sappiamo con certezza che forme di vita come i batteri ad esempio (ma non solo) possono sopravvivere nell’ambiente interstellare se l’oggetto che li trasporta è abbastanza grande (sono sufficienti pochi centimetri di diametro).

Lo studio in questione ha dunque dimostrato che, sebbene solo una piccola frazione di rocce espulse possa ospitare batteri resistenti in grado di sopravvivere a lunghe distanze, è comunque possibile catturare un gran numero di rocce biologicamente attive.

Questo processo, ha probabilmente interessato molti dei sistemi planetari esistenti (e non c’è ragione di pensare che il nostro sistema solare costituisca un’eccezione), che hanno ricevuto i blocchi fondamentali per la formazione degli organismi primordiali grazie al viaggio interstellare compiuto da questi oggetti.

I ricercatori hanno infatti concluso che “Questa cattura assistita dal gas è un meccanismo molto più efficiente per la panspermia diffusa, e la maggior parte dei sistemi ha probabilmente guadagnato i primi blocchi di vita da qualche altra parte”. Insomma, si sta affermando che Oumuamua e gli oggetti interstellari con caratteristiche simili che hanno probabilmente frequentato il nostro sistema solare fin dal momento della sua formazione, potrebbero aver portato la vita nel nostro sistema solare.

Solo un paio di settimane fa (24 giugno 2019) uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, affermava che Marte è stato ospitale alla vita almeno mezzo miliardo di anni prima della Terra, suggerendo la possibilità di abiogenesi (nascita spontanea della vita da processi naturali derivanti da elementi non biologici) per entrambi i pianeti e partendo implicitamente dal presupposto che anche Marte abbia ospitato forme di vita (come ormai ampiamente desumibile dai tanti dati scientifici raccolti negli ultimi 15 anni di esplorazione del pianeta rosso).

Tuttavia, l’abiogenesi è già di per sé un’ipotesi, che sebbene sia largamente accettata e considerata come prevalente in abito scientifico per spiegare la presenza della vita sulla Terra, rimane un evento assai improbabile anche se possibile.

Ipotizzare che anche Marte abbia avuto la sua abiogenesi, indipendente e slegata da quella terrestre è come pensare di avere due sole monete, inserirle in due slot machine una a fianco all’altra e, tirando la leva, vincere il jackpot su entrambe le macchine.

Evento possibile, indubbiamente, ma talmente improbabile che solo un folle potrebbe ritenere credibile e veritiera una storia simile se le fosse raccontata.

Probabilmente (o anzi, sicuramente) sono stato anche fin troppo ottimista in questo esempio. Infatti, gli scienziati F. Hoyle, C. Wickramasinghe, nel loro libro degli anni ’70 dal titolo “La nuvola della vita - L’origine della vita nell’universo” calcolarono, secondo loro per difetto (ricordo, infatti, che gli enzimi sono solo uno degli “ingranaggi” necessari al funzionamento della “macchina” della vita), in 1 su 10⁴⁰⁰⁰⁰ le probabilità che gli enzimi indispensabili alla chimica degli organismi viventi siano emersi nella loro totalità, completi e funzionali, al termine di un processo di accumulo puramente casuale di tentativi ed errori, avvenuto nelle condizioni della Terra primordiale.

Se i loro calcoli sono corretti (non sono mai stati smentiti da nessuno negli ultimi 50 anni), mi chiedo dunque, perché ora che sappiamo che la vita può resistere ai viaggi interstellari, che esistono “mezzi di trasporto” originari del nostro sistema solare come la cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko e i vari asteroidi marziani giunti sulla Terra, e oggetti interstellari come Oumuamua, dobbiamo continuare in modo insensato a credere che la vita sulla Terra sia potuta emergere spontaneamente nei camini idrotermali o altrove, solo grazie al tempo e alla presenza degli ingredienti giusti, assemblati e rimescolati di volta in volta in sequenze casuali.

Senza contemplare l’esistenza di un evento che in qualche modo abbia “forzato” la comparsa e la diffusione della vita sul nostro pianeta, come suggerisce la teoria della panspermia, il tempo intercorso tra il consolidamento della crosta terrestre e le prime testimonianze fossili di organismi viventi è davvero troppo poco, affinché l’assurdo numero di combinazioni possibili positive in cui una ventina di aminoacidi possono saldarsi tra loro in catene di polipeptidi siano venute fuori, perfettamente ordinate e funzionali, così come tutte le lunghissime catene di aminoacidi che formano le proteine e gli enzimi, essenziali per la struttura e il metabolismo degli organismi viventi.


Se è vero com’è vero, che le probabilità di contaminazione tra pianeti aumentano con il diminuire della distanza tra essi (come ipotizzato per il sistema Trtappist-1) e che Marte ha presentato le condizioni per ospitare la vita ben prima della Terra, che sul pianeta rosso c’è stata la vita (come emerge chiaro dai dati a oggi a nostra disposizione), è plausibile quanto inevitabile ipotizzare che la vita terrestre (così come quella possibile sulle lune di Giove e Saturno) sia di origine marziana (lithopanspermia) e che quest’ultima, sia di origine extrasolare (panspermia).

Certamente la teoria della panspermia non risolve il problema riguardo la comprensione della nascita della vita nell’universo ma, risolve certamente quello riguardante la presenza della vita sulla Terra.

A oggi, dati alla mano, se l’abiogenesi appare quanto mai un evento assai inverosimile e, dal momento che ragionevolmente e razionalmente dobbiamo scartare l’ipotesi creazionista, la panspermia appare l’ipotesi più probabile, plausibile e coerente con tutto ciò che conosciamo dal punto di vista scientifico, stoico, mitologico e anche religioso.

Almeno a oggi…

Autore Testo: Stefano Nasetti

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