Nuovo studio: Venere abitabile per 3 miliardi di anni. Potrebbe aver ospitato la vita?


Mappa della superficie di Venere

Secondo un nuovo studio, condotto dal Nasa Goddard Institute of Space Science, Venere potrebbe aver avuto in passato e per un periodo lunghissimo, circa 3 miliardi di anni, temperature sufficientemente basse da permettere la presenza di acqua in superficie.  Appare legittimo dunque chiedersi: Venere in passato può aver ospitato la vita?


L’ipotesi già considerata in passato dalla comunità scientifica, era stata però scartata per via della vicinanza del pianeta al Sole.

Venere, Terra e Marte, se non possono essere definiti pianeti “gemelli”, possono certamente essere considerati quantomeno pianeti “fratelli”.

Sotto alcuni aspetti sono simili, si sono formati tutti nello stesso periodo, circa 4,5 miliardi di anni fa, e grossomodo con le stesse modalità (accrescimento).


Venere è l’unico altro pianeta del nostro sistema solare, assieme alla Terra e Marte, a orbitare nella cosiddetta “fascia abitabile”, cioè né troppo lontano né troppo vicino alla nostra stella, il Sole, alla distanza giusta insomma, per avere acqua allo stato liquido sulla sua superficie.

Ciò nonostante, oggi osserviamo però, tre situazioni completamente diverse.


La Terra, lo sappiamo con certezza, dopo il suo raffreddamento avvenuto circa 3,9/4 miliardi di anni fa, ha poi presentato condizioni favorevoli alla vita, alternando periodi glaciali a periodi più caldi, periodi con più ossigeno in atmosfera a periodi con ossigeno molto scarso. La vita qui ha attecchito in pratica subito, non è chiaro come sia apparsa (probabilmente giunta dall’esterno tramite panspermia oppure, meno probabilmente nata spontaneamente dal nulla), ma ha prosperato e si è evoluta in miliardi di forme diverse.


Su Marte, che tra i tre pianeti è quello che orbita più lontano dal Sole ed è anche il più piccolo (circa il 40% degli altri due), ha certamente un presente completamente diverso dalla Terra e da Venere. Tuttavia oggi sappiamo che il suo passato è stato, con ogni probabilità, molto simile a quello della Terra.

Sappiamo che, considerata la maggior distanza dal Sole e le minori dimensioni, si è raffreddato verosimilmente prima della Terra, cioè già 4,2 miliardi di anni fa e ha dunque presentato condizioni per ospitare la vita almeno 250 milioni di anni prima del nostro pianeta. Grazie ai dati raccolti in questi ultimi anni dalle sonde orbitali, dai lander e dai rover, decine di studi hanno dimostrato che anche Marte ha avuto periodi caldi e umidi, alternati a periodi più freddi e secchi.

Se delle tracce lasciate dai fiumi, dai laghi e dagli oceani su Marte, non ci sono dubbi, oggi sappiamo che nel sottosuolo l’acqua è ancora presente ovunque sul pianeta rosso.

Grazie sempre alle stesse missioni, ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che Marte abbia ospitato forme di vita (fatto ancora poco noto e poco divulgato all’opinione pubblica), tant’è che l’interrogativo più grande della comunità scientifica oggi, riguarda se Marte ospiti ancora forme di vita, se queste si siano evolute e in che forma.

Già, perché alcuni studi, infatti, hanno concluso che grandi oceani (e comunque grandi bacini di acqua liquida) erano presenti sul pianeta rosso ancora solo 200.000 anni fa!

Da 4,2 miliardi di anni fa ad appena 200.000, c’è n’è stato di tempo per considerare un’eventuale evoluzione di forme di vita marziana.


Altri studi hanno recentemente rivalutato e riconsiderato, alla luce di tutto questo, la possibilità che la vita sia apparsa su Marte ancor prima che sulla Terra, e che quest’ultima sia giunta proprio dal pianeta rosso attraverso un processo chiamato litopanspermia.

Oggi però, Marte non presente un clima temperato e umido come la Terra, ma notevolmente freddo, con temperature che oscillano tra i + 20°C di giorno e i -110°C durante la notte.


Venere come appare oggi

Venere, che è il pianeta tra i tre che orbita più vicino al Sole, pare aver avuto un destino certamente diverso. Secondo la teoria prevalente in ambito astronomico, Venere di dimensioni simili alla Terra, si dovrebbe essere raffreddato più lentamente (data la minor distanza dal Sole) e presentato quindi una crosta solida, presumibilmente circa 3,7 miliardi di anni fa. Se ci dovessimo fermare alle apparenze, dovremmo però concludere, come fecero gli scienziati decenni or sono, che le condizioni che oggi presenta, sono incontrovertibilmente non idonee alla vita, almeno quella di tipo terrestre.


Con un’atmosfera molto densa che determina una pressione al suolo di quasi 90 atmosfere, un vento a livello del suolo quasi assente (venti forti ci sono solo a quote elevate) e temperature superficiali che si aggirano attorno ai 450 °C, Venere non presenta alcun oceano o specchio di acqua liquida.

Oggi Venere ci appare certamente inospitale.


Eppure, così com’e stato anche per Marte, grazie a nuove scoperte, a nuovi dati o alla rielaborazione di quelli già raccolti alla luce delle nostre nuove tecnologie e conoscenze, questa idea potrebbe dover essere accantonata.

L’esplorazione di Venere è stata forse ancor più intensa di quella di Marte, sebbene questa si sia concentrata soprattutto nelle prime fasi della corsa allo spazio (quella di Marte prevalentemente negli ultimi 20 anni).


Dal 1961 (anno della prima missione) a oggi, le missioni inviate verso il pianeta a noi più vicino sono state ben 42, un’altra è in corso (la missione Planet-C del Giappone) e altre due (una dell’ESA con la sonda Bepi Colombo, e l’altra Russa, Venera-D) sono in programma nei prossimi anni. Così come le altrettante inviate su Marte, anche per le missioni con destinazione Venere i risultati sono stati alterni.

Ben 17 sono i fallimenti registrati, molti dei quali già in fase di lancio o pochi minuti dopo. Tuttavia, non tutti sanno che è stato proprio Venere (e non Marte) a vedere il primo veicolo umano toccare il proprio suolo, grazie alla sonda sovietica Venera 7, il 15 dicembre 1970.

Se gli Stati Uniti sono il paese che ha fornito maggior contributo nella conoscenza del pianeta rosso, l’Urss prima e la Russia poi, sono i paesi che ci hanno regalato maggiori informazioni su Venere.

Addirittura dieci sonde sovietiche hanno portato a termine un atterraggio morbido sulla superficie, con più di 110 minuti di comunicazioni dalla superficie.

L’URSS è anche stato il primo paese al mondo a inviare una sonda verso Venere, con la missione (fallita) Sputnik 7. L’ultima missione completata è stata quella dell’ESA, terminata nel dicembre 2014, Venus Express.


Grazie ai dati raccolti e oggi rielaborati, forse sappiamo qualcosa in più.

Simile per dimensioni alla Terra, Venere per tre miliardi di anni è stato un pianeta con un clima temperato e oceani, come la Terra, nonostante la sua vicinanza al Sole. Lo indicano i risultati dello studio svolto dai ricercatori coordinati da Michael Way, del Goddard Space Flight Center della Nasa, presentate a Ginevra, al congresso Europeo di Planetologia, svoltosi nel settembre 2019.


Quarant'anni fa, la missione Pioneer Venus della Nasa aveva trovato gli indizi della presenza sul pianeta di un oceano poco profondo. Venere ha infatti un rapporto insolitamente elevato tra deuterio e atomi di idrogeno, segno che ospitava una notevole quantità di acqua, poi perduta nel corso del tempo.

Per verificare quei dati, i ricercatori hanno utilizzato cinque simulazioni: tutte indicano che, per circa tre miliardi di anni, Venere ha avuto temperature comprese tra +20°C e i +50°C e un oceano profondo in media di 310 metri.

Un'altra simulazione indica che l'oceano che avvolgeva tutto il pianeta e che era profondo circa 160 metri. Le simulazioni indicano inoltre che ancora oggi il pianeta avrebbe avuto un clima temperato, se fra 700 e 750 milioni di anni fa non ci fossero stati gli eventi che hanno liberato dalle sue rocce, grandi quantità di CO2 causando l'effetto serra e facendo alzare le temperature fino a 460 gradi.


Se il pianeta si fosse evoluto in modo simile alla Terra, come ipotizzano gli scienziati, per i successivi 3 miliardi di anni dal suo raffreddamento, l’anidride carbonica sarebbe stata assorbita da rocce di silicato e bloccata in superficie.


Venere fotografato a distanza ravvicinata dalla sonda giapponese Akatsuki nel 2015

Poi, 700 milioni di anni fa, è cambiato qualcosa: l’anidride carbonica sarebbe stata re immessa nell’atmosfera, senza poi essere riassorbita dalle rocce, causando un effetto serra in grado di provocare un cambiamento climatico disastroso.

Le cause di questo cambiamento sono ancora ignote.

Gli scienziati ipotizzano che le motivazioni siano legate alle attività vulcaniche sul pianeta. Grandi quantità di magma avrebbero rilasciato anidride carbonica dalle rocce fuse, nell’atmosfera. Il magma si sarebbe solidificato prima di raggiungere la superficie, creando una barriera che ha impedito il riassorbimento del gas.

La presenza di grandi quantità di anidride carbonica ha quindi innescato un devastante effetto serra, che ha provocato l’aumento esponenziale della temperatura che tutt’oggi è presente su Venere.


Così come avvenuto sulla Terra e, come detto, verosimilmente anche su Marte, se Venere è stato ospitale alla vita, con un clima mite (o comunque ospitale per la vita) protrattosi per oltre 3 miliardi di anni (da 3,7 miliardi di anni fa – data presunta del suo raffreddamento – e fino a 700 milioni di anni fa - data stimata del suo disastroso riscaldamento), potrebbe aver accolto e ospitato forme di vita e, addirittura, aver assistito a una loro evoluzione?

Difficile poterlo affermare con certezza.

Sappiamo però che se è vero, come sostengono i ricercatori Nasa, che acqua liquida e temperatura sono state idonee quasi da subito, e che queste condizioni si sono avute per circa 3 miliardi di anni, appare oggi insensato e scientificamente assurdo escludere la possibilità che la vita abbia fatto la su comparsa anche su Venere. Tanto più se prendiamo in considerazione quanto sappiamo essere avvenuto sulla Terra, e quanto è verosimilmente avvenuto anche su Marte.


La vita sulla Terra è apparsa certamente troppo precocemente affinché si possa essere generata da sola (3,9 miliardi di anni fa, solo 100 milioni di anni dal suo raffreddamento). Su Marte s’ipotizza che la vita possa aver fatto la sua comparsa in modo analogo (4,1/4 miliardi di anni fa, sempre 100 milioni di anni dopo il raffreddamento del pianeta) ma decisamente in anticipo rispetto alla Terra, poiché Marte si è raffreddato prima.

Non c’è a oggi alcun elemento che possa portarci a escludere una situazione analoga anche per Venere, che con Marte e Terra ha molti elementi in comune.


Così come ipotizzato per la Terra, anche Venere potrebbe essere stata interessata dal processo di panspermia e di litopanspermia.

Anche perché qualche piccolo indizio forse già c’è.


Un altro studio, pubblicato sulla rivista Astrobiology nel marzo del 2018, ha riconsiderato l’ipotesi dell’esistenza di microbi nelle dense nubi che costituiscono l’atmosfera del nostro vicino planetario. Dal titolo “Is there life adrift in the clouds of Venus?” (“C’è vita alla deriva tra le nubi di Venere?”) l’ipotesi è stata formulata non su base squisitamente teorica ma grazie ai dati raccolti della sonda giapponese Akatsuki (la missione giapponese a cui accennavo sopra, ancora in corso – ottobre 2019).


Nello studio si sostiene che nelle nuvole venusiane ci siano regioni con una strana concentrazione di nanoparticelle, che potrebbero essere ricondotte a qualche forma di vita microbica.


Venere è stata potenzialmente abitabile per almeno due miliardi di anni dopo la sua formazione – affermava Sanjay Limaye dell’Università del Wisconsin a Madison, leader dello studio – e questo è un periodo persino più lungo rispetto all’esistenza dell’acqua su Marte - (secondo la teoria scientifica tradizionale e prevalente - NDR).


Non possiamo quindi escludere la presenza di vita su Venere, che potrebbe essersi adattata alle nuove condizioni del pianeta". Un’idea affascinante, che secondo gli autori dello studio merita di essere approfondita: “Dobbiamo andare laggiù e analizzare alcuni campioni delle nubi – propone Rakesh Mogul della California State Polytechnic University, co-autore dello studio. – Venere potrebbe essere un emozionante nuovo capitolo dell’esplorazione astrobiologica”.


Le incognite sono ancora moltissime e sarebbe azzardato giungere a qualunque conclusione, sia in un senso sia nell’altro. Non ci resta che attendere altre missioni e altri dati. Nel frattempo, sospendere il giudizio è la cosa più seria e opportuna da fare, aspettando anche che le acque si plachino perché, come ormai dovremmo aver imparato, le idee tradizionali sono dure a morire, e non tutti gradiscono queste nuove ipotesi.


A differenza di Marte, gli studi su Venere sono assai meno numerosi e sono pubblicati con meno frequenza, certamente anche per via dei minori dati a disposizione.

Appare dunque assai singolare, e non posso non porre l’accento su come, ad appena un paio di settimane di distanza dalla pubblicazione dello studio della Nasa che ipotizza un passato acquoso di Venere per oltre 3 miliardi di anni (e con tutto ciò che questo implica, come sopra accennato), è stato pubblicato uno studio che sembra affermare l’esatto contrario e smentire il tutto.


Pubblicata questa volta su Journal of Geophysical Research, lo studio torna a smentire la teoria del passato acquoso di Venere. Da lettura attenta della ricerca però, la conclusione dei ricercatori appare piuttosto pretestuosa e superficiale. Sia chiaro, lo studio è certamente accurato in termini di geomorfologici, nessuno vuole discutere questo, ma sono le conclusioni a lasciare perplessi.



Per via dell’atmosfera composta per lo più da anidride carbonica, Venere è molto difficile da studiare. Infatti, è solo attraverso rilevamenti radar che è possibile osservare la sua superficie. Lo studio, condotto dai ricercatori del Lunar and Planetary Institute, ha scoperto che la composizione di un flusso di lava presente nella regione dell’altopiano Ovda Regio (foto qui sopra), è costituita da roccia basaltica e non granitica, come si è pensato finora.

Il basalto è una roccia magmatica effusiva la cui composizione può essere variabile.

La sua solidificazione può avvenire a contatto con aria o acqua.

Questo elemento, che in sé non significa nulla perché non dimostra necessariamente l’assenza di acqua, sembra invece essere stato talmente rilevante al punto da generare implicazioni significative sulla storia evolutiva del pianeta, ed esclude ogni somiglianza tra la composizione interna di Venere e quella della Terra.


Tra l’altro, c’è anche da aggiungere che, oltre a trattarsi dell’analisi di un’area circoscritta di Venere, stiamo parlando per di più, solo di un’analisi morfologica (e non chimico fisica) di alcune rocce. Sarebbe come a dire che, facendo dei rilevamenti radar dall’orbita terrestre di un’area vulcanica, ad esempio quella nelle immediate vicinanze del vulcano Kilauea alle Hawaii (paragone calzante, poiché l’altopiano Ovda Regio su Venere è una regione di 5.250 km2, mentre il Kilauea, assieme agli altri vulcani attivi Manua Loa e Manua Kea, occupa almeno la metà dei 10.400 km2 circa, dell’isola di Hawaii, quindi un’area per estensione paragonabile a quella presa in esame su Venere), giungessi alla conclusione che sulla Terra non c’è acqua e non c’è mai stata.

Chiunque potrebbe giustamente affermare che la mia conclusione sarebbe alquanto azzardata, forzata se non addirittura errata.

Possiamo ritenere scientificamente plausibili le conclusioni di questi ultimi ricercatori?

C'è una differenza enorme tra calcolo di un modello più sofisticato come quello elaborato dei ricercatori del Goddard Space Flight Center della Nasa e descritto all’inizio di questo articolo, e un “calcolo grossolano” (conclusioni dei ricercatori del Lunar and Planetary Institute).

Il primo si basa sull’elaborazione di dati complessi che tengono in considerazione molteplici informazioni (geologiche, atmosferiche, climatiche, ecc.), il secondo solo su pochi elementi di carattere esclusivamente geomorfologico, circoscritti in un area ristretta.

Eppure entrambi sono considerati “scientifici”.


In ambito astrofisico e astrobiologico, si continua sovente ad assistere ai medesimi atteggiamenti. Si analizza un’area circoscritta di un corpo celeste e si applicano superficialmente e frettolosamente i risultati per tutto il resto del pianeta e per tutta la durata della sua esistenza (4,5 miliardi di anni), quasi si avesse intenzione di dimostrare qualcosa, e non semplicemente di comprendere.


Sarà forse soltanto una casualità, ma spesso questo tipo di “libere estensioni” di risultati di studi in aree circoscritte di corpi celesti applicate all’intero pianeta, finiscono nella quasi totalità dei casi, per andare a “confermare” le teorie tradizionali e prevalenti (quelle che vedono la vita terrestre come rara o unica nel nostro sistema solare e che annichiliscono qualunque possibilità di presenza di vita altrove), e mai a confutarle o a sostenere visioni più possibiliste.


Tutto considerato, con la pubblicazione dello studio che smentisce il passato acquoso di Venere, siamo dunque di fronte all’ennesima levata di scudi preventiva e pretestuosa a difesa delle teorie tradizionali e dominanti?

Su Venere ci sono state invece condizioni ospitali alla vita (come sostengono oggi molte ricerche)? C’è stata o c’è addirittura ancora vita (come teorizzato da altri scienziati)?


Se è vero che le verità scientifiche non si decidono a maggioranza e che sono i dati oggettivi a dire chi ha torto e chi ragione, il futuro ci risponderà.

Noi continuiamo ad attendere fiduciosi di conoscere la verità, in un senso o nell’altro, e a sperare che gli interessi personali di alcuni, non continuino a essere anteposti alle verità scientifiche, rallentando la conoscenza umana e il progresso scientifico.



Autore articolo: Stefano Nasetti

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