Nel Dna dell’uomo moderno le tracce di un ignoto progenitore



Uno studio appena pubblicato (agosto 2020) sulla rivista Plos Genetics, dalle università americane Cornell e Cold Spring Harbor, ha trovato nel DNA un’informazione finora ignota e inspiegabile che potrebbe rimettere in discussione buona parte di ciò che si pensa di sapere sulle nostre origini, quelle dell’Homo Sapiens.


Ma di cosa si tratta precisamente?


La ricerca si è basata su un nuovo algoritmo messo a punto dagli stessi autori dello studio. Ciò ha permesso di analizzare e confrontare al computer le sequenze genetiche umane provenienti dai resti ritrovati in precedenza, di tre Neanderthal, di un uomo di Denisova e due Homo Sapiens dall’Africa.

Il nuovo algoritmo, hanno spiegato i ricercatori, ha permesso di identificare e confrontare i segmenti di Dna provenienti da varie specie umane, anche se l’unione dei vari DNA è avvenuta migliaia di anni fa. Ciò che è stato scoperto è, per la comunità scientifica, qualcosa di sorprendente e destabilizzante.

Il DNA dell’uomo moderno conserva le tracce del materiale genetico di un progenitore super-arcaico, un ignoto antenato, comune a tutti i gruppi umani comparsi sulla Terra, dai Neanderthal ai Denisoviani fino, appunto ai Sapiens.


I risultati indicano che circa il 3% del Dna di Neanderthal proviene da “esseri umani” più antichi e che l’incrocio è avvenuto tra 300.000 e 200.000 anni fa.

Inoltre, l’algoritmo mostra che circa l’1% del Dna di Denisova proviene da un essere umano più antico e che il 15% circa di Dna super-arcaico potrebbe essere poi passato agli esseri umani moderni.


Chi è questo antico e sconosciuto progenitore comune a tutte e tre le specie umane?


Secondo la teoria scientifica più accreditata (ma non per questo esatta), la prima specie del genere Homo conosciuta è l'Homo Habilis, (vissuto tra i 2,5 e 1 milione di anni fa).

Si tratta tuttavia di un ominide ancora molto simile all'australopiteco (che significa “Scimmia del Sud") a cui non sono riconosciute le abilità manuali tipiche del genere homo.

È proprio per questo che l'Homo Habilis, a differenza dell’Astralophiteco, viene già ritenuto uomo: utilizzava infatti strumenti rudimentali per la caccia.


Il successivo e casuale (secondo la teoria darwiniana) salto evolutivo (dovuto ad una mutazione genetica) arriva con Homo Erectus (vissuto tra 1,3 milioni di anni fa e 800.000 anni fa), così chiamato perché si riteneva, erroneamente (poiché tale capacità fu attribuita anche a specie precedenti come l’Australophitecus), che fosse stata la prima specie ad assumere la posizione eretta.

Si scopri poi che le due specie furono separate da altre specie, come l’Homo Rudolfensis (vissuto circa 2 milioni di anni fa), dall’Homo Ergaster (tra 2 e 1 milione di anni fa) e dall’Homo Georgicus (1,8 milioni di anni fa). Ad ogni modo, all’Homo Erectus, e a tutti i suoi successori, è riconosciuta una maggior capacità intellettiva, testimoniata dal maggior sviluppo della tecnologia.

A tale prima speciazione del genere Homo dagli altri precedenti primati (australopitechi), sarebbe seguita una lunga evoluzione che avrebbe dato luogo a molte altre specie diverse, quali l’Homo Antecessor (800.000 anni fa), l’Homo Heidelbergensis (fra i 600.000 e 250.000 anni fa), Homo di Denisova (tra i 400.000 e i 50.000 anni fa), l’Homo Rhodesiensis (fra 300 e 125.000 anni fa), l’Homo Floresiensis (la cui data di comparsa è ignota, ma esistono tracce fino a 50.000 ani fa), l’Homo Neaderthalensis (tra i 250.000 e i 30.000 anni fa), per arrivare infine all’Homo Sapiens che ha fatto la sua comparsa all’incirca 200.000 anni fa.


Le misteriose tracce di quello che è stato definito dagli autori dell’articolo apparso su Plos Genetics, come DNA super-arcaico, appartengono a una di queste specie?


Le uniche specie papabili sono, dati ufficiali alla mano, l’Homo Habilis, l’Homo Rudolfensis, l’Homo Ergaster, l’Homo Georgicus, l’Homo Erectus, l’Homo Antecessor e l’Homo Heidelbergensis, poiché tutte le altre specie di Homo, dal Denisova in poi, presentano già tracce di questo sconosciuto DNA.


Il tutto appare molto incoerente con la versione ufficiale della teoria dell’evoluzione umana (ominazione) che ho avuto già modo in passato di criticare, sia nel mio primo lavoro editoriale (Il Lato oscuro della Luna), sia in precedenti articoli su questo blog.


Si tratta, infatti, di una materia interdisciplinare, che include la fisiologia, la primatologia, l'archeologia, la geologia, la linguistica e la genetica. Non tutte queste brache della scienza hanno pari attendibilità, poiché non forniscono dati oggettivi e imparziali.

L’archeologia ad esempio si basa sull’interpretazione, che è quindi molto soggettiva, dei reperti e si appoggia a sua volta su altre discipline più oggettive, come ad esempio la geologia. Non a caso è considerata, al pari di molte altre discipline scientifiche (tutte quelle umanistiche come storia, psicologia, economia, sociologia, fisiologia, primatologia, linguistica ecc.) una scienza “morbida” e non “dura” (matematica, fisica, biologia, chimica). Questo perché solo le cosiddette “scienze dure” applicano in modo rigoroso il metodo scientifico, in cui cioè predominano i dati quantitativi (e non quelli qualitativi, quelli frutto di valutazioni arbitrarie), raccolti con misure sperimentali ripetibili, elaborati con formule matematiche e capaci di predire fenomeni verificabili, insomma dati più oggettivi.

Va da sé, che una spiegazione come quella sull’evoluzione umana, molto condizionata dalle idee prevalenti del momento (e spesso conservatrici dello status quo), da valutazioni personali e da interpretazioni di vario genere poiché provenienti da una molteplicità di discipline “molli”, può e deve essere soggetta a critiche, poiché non è certamente immune da errori, anche grossolani.


Lo studio delle due università statunitensi che hanno individuato questo DNA super-arcaico né è una dimostrazione. La teoria evoluzionistica umana attualmente considerata più attendibile (e per questo insegnata nelle scuole e raccontata in TV, anche in contenitori scientifici “istituzionali” considerati erroneamente affidabili) afferma che l’attuale uomo moderno, abbia avuto origine in Africa (esistono molti studi scientifici recenti, basati su dati aggiornati, che sono giunti a conclusioni differenti, rimasti finora inascoltati o poco considerati dalla comunità scientifica ufficiale).


Secondo questa teoria ufficiale, l’uomo moderno deriva da un’unica Eva mitocondriale (nome assegnato alla presunta antenata comune, dalla quale tutti gli esseri umani oggi viventi discenderebbero in linea materna). Una comparazione del DNA mitocondriale di appartenenti all’attuale e unica specie umana di diverse etnie e regioni, suggerisce che tutte queste sequenze di DNA si siano evolute molecolarmente dalla sequenza di un solo esemplare. In base all'assunto scientifico che un individuo erediti i mitocondri solo dalla propria madre, infatti, questa scoperta genetica implica che tutti gli esseri umani del genere Homo sapiens, abbiano una linea di discendenza femminile derivante da un’unica donna che i ricercatori hanno soprannominato appunto, Eva mitocondriale.


Basandosi sulla tecnica dell'orologio molecolare (vedi spiegazione successiva), che mette in correlazione il passare del tempo con la variazione (deriva) genetica osservata, si ritiene che l’Eva mitocondriale sia vissuta fra i 99.000 e i 200.000 anni fa.

La filogenia suggerisce che sia vissuta in Africa, ed è oggi considerata un Australophitecus i cui resti sono stati ritrovati in Africa, nella regione di Afar, nel bacino dell'Hadar, a una sessantina di chilometri da Addis Abeba in Etiopia, nel 1974 e a cui è stato attribuito il nome di Lucy (da qui deriva proprio il nome della specie Australophitecus afarensis (da Afar, la zona del ritrovamento).


È stato tuttavia ormai scientificamente accertato che la costruzione di alberi genealogici a partire dai dati del DNA è comunque una scienza inesatta.

Non è la prima volta, infatti, che la cronologia ufficiale dell’evoluzione umana è messa in discussione.


Alcuni studi di circa un decennio fa (2010-2012) basati sulla stima delle mutazioni che intervengono da una generazione all’altra nel DNA nucleare, avevano avanzato la possibilità di retrodatare tutte le tappe fondamentali della storia filogenetica umana.

Ciò avrebbe causato “un buco” non solo nella ricostruzione dell’evoluzione umana, ma anche in ciò che ne consegue, come preistoria e storia.


La proposta, basata come detto su osservazioni scientifiche, aveva smosso le fondamenta della comunità scientifica. Così nel 2013 fu pubblicato su “Current Biology” uno studio, coordinato da Svante Pääbo, del Dipartimento di Genetica evolutiva del Max-Planck-Institut per l’Antropologia evoluzionistica a Leipzig, in Germania, che, sulla base dell’analisi del DNA mitocondriale di una decina di selezionati reperti paleontologici ben conservati, smentì i risultati “eretici” degli studi precedenti che avevano “osato” proporre di retrodatare tutte le più importanti tappe dell’evoluzione umana, basati sul confronto di sequenze genomiche di padri e figli. Secondo i risultati della ricerca pubblicata nel 2013 da Svante Pääbo, la storia evolutiva dell’uomo raccontata dal DNA dei fossili è corretta.


In genetica, la differenza tra due specie che hanno un antenato in comune può essere valutata contando le sostituzioni a carico dei nucleotidi, cioè gli elementi base di cui sono costituite le molecole di DNA. Conoscendo la frequenza con cui si accumulano queste sostituzioni e ipotizzando che la frequenza sia costante, è possibile definire una sorta di “orologio molecolare” con cui stimare, con una certa approssimazione, quanto tempo fa si sono separate filogeneticamente due specie o due popolazioni.


È chiaro che non vi è alcuna certezza. Tutto dipende sia dalla quantità di dati utilizzati per “calibrare” quest’orologio, sia dalla qualità degli stessi, sia dalla tempestività di aggiornamento prima del suo utilizzo. Infatti, se l’orologio non è calibrato con i dati più aggiornati disponibili, i risultati di questi studi potrebbe essere molto diversi.

Solitamente l’orologio viene periodicamente “calibrato” quando si rendono disponibili reperti fossili con DNA recuperabile. Considerata però la scarsità di questi reperti, il metodo dell’orologio molecolare non è poi molto affidabile. Per esempio, nel caso dell’essere umano e dello scimpanzé non esiste un fossile che sia unanimemente considerato come il più recente antenato comune. Per questo motivo, il tasso di mutazione del DNA nucleare e mitocondriale è in questo momento al centro di un acceso dibattito.


Fatto sta che nello studio del 2013, Pääbo e colleghi avevano analizzato sequenze complete o quasi di genoma mitocondriale, provenienti da dieci esseri umani moderni.

I reperti hanno una datazione sicura, eseguita con il metodo del carbonio-14, e sono distribuiti in un arco temporale di 40.000 anni.

Queste sequenze sono state utilizzate come “punti di calibrazione” per stimare in modo molto preciso il tasso di sostituzione mitocondriale. 

Il risultato portò confermare che la separazione delle popolazioni non africane da quelle africane avvenne tra 62.000 e 95.000 ani fa.

Nonostante le incertezze sperimentali, il metodo consentì di riaffermare la teoria tradizionale e prevalente.


Secondo la teoria antropologica fino ad oggi prevalente quindi, circa 50.000 anni fa i Sapiens, discendenti dell’Eva mitocondriale (Lucy), lasciarono l’Africa e s’incrociarono con i Neanderthal in Eurasia.

Oggi però lo studio citato a inizio articolo rimette nuovamente tutto in discussione.

Come apparso chiaro anche da precedenti ritrovamenti archeologici (già citati nel mio libro del 2015) anche per gli autori dell’odierno studio pubblicato su Plos Genetics, questi non furono gli unici contatti avvenuti con altre specie umane.

Ciò è ormai evidente anche a livello genetico.

Nel nostro Dna, infatti, sono rimaste tracce di un antenato comune anche ad altre specie (come Neanderthal e Denisova, specie con cui l’homo sapiens si sarebbe incrociato solo migliaia di anni dopo), antenato arcaico di cui non si sa nulla.


“L’analisi dei genomi antichi - ha concluso Melissa Hubisz, della Cornell University, tra le autrici dello studio - suggerisce che diversi rami dell’albero genealogico umano si sono incrociati più volte, e prima di quanto ipotizzato finora”.

Chi è quest’antico progenitore che ha lasciato tracce del suo DNA in specie umane che si sarebbero incrociate solo in seguito? Quando e dove (geograficamente) sarebbe avvenuto questo incrocio?


Le risposte, tutte ipotetiche, potrebbero essere molteplici, da quelle più conservatrici (Homo Heidelbergensis) a quelle più esotiche (manipolazione aliena).

Alla presenza dei soli dati presenti in questo studio e in assenza di ulteriori dati certi a riguardo, ogni ipotesi potrebbe essere valida o, al contrario, rappresentare una speculazione, che lascio volentieri agli estremisti dell’una e dell’altra fazione.

C’è tuttavia da considerare che, al di là di quanto fornito dall’analisi del DNA dei reperti oggetto di questi studi comparativi, oggi sappiamo certamente che molti geni hanno fatto la loro comparsa e sono presenti esclusivamente nell’Homo Sapiens.

Si tratta di una manciata di geni che hanno indiscutibilmente determinato le caratteristiche dell’uomo moderno e la sua superiorità intellettiva sui suoi predecessori.

Se pensare che la comparsa di questi pochi ma decisivi geni sia avvenuta spontaneamente, casualmente e contemporaneamente, come afferma la teoria scientifica ufficiale, appare semplicistico, forse per trovare una risposta più scientifica dovremmo aprire la mente a possibilità solo all’apparenza più fantasiose, religiose o mitologiche...


In attesa di scoprire e conoscere di più in merito, l’insegnamento che dobbiamo trarre da questa vicenda è che “Vi è solo un modo di far progredire la scienza, dar torto alla scienza già costituita” (Gaston Bachelard.)



Stefano Nasetti


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