Marte, l’annuncio dell’entomologo William Romoser: «Insetti e serpenti sul pianeta rosso»



William Romoser, uno dei più stimati entomologi americani, ha studiato per anni le fotografie scattate dai rover della Nasa su Marte.

In occasione del meeting annuale dell'Entomological Society of America a St. Louis, nel Missouri, il professore dell'Università dell'Ohio ha esposto le conclusioni della sua ricerca, sostenendo l'esistenza di numerosi esempi di forme simili a insetti, viventi e fossili.

La ricerca, che fatto molto parlare anche all’interno della comunità scientifica ufficiale, è stata pubblicata ed è disponibile sul portale scientifico Researchgate.net, con tanto di foto e relative annotazioni.


Romoser ha affermato che “la vita su Marte c’è stata e c’è ancora”.

Nello specifico, sostiene di aver riconosciuto la presenza di creature simili ad api, bombi e serpenti. Per l’identificazione degli insetti marziani, l’entomologo statunitense ha adottato i medesimi parametri utilizzati per identificare e classificare gli insetti presenti sulla Terra. 


Tre regioni del corpo, una sola coppia di antenne e sei zampe — ha spiegato — sono tradizionalmente sufficienti per stabilire l’identificazione come insetto sulla Terra.

Per gli artropodi bastano invece un esoscheletro e appendici articolate.

Queste caratteristiche dovrebbero essere valide anche per identificare un organismo su Marte. Su queste basi, nelle foto dei rover si possono vedere forme simili ad artropodi e insetti terrestri”.


Nella sua analisi, Romoser ha poi tenuto conto anche di altri parametri per riconoscere gli insetti, quali la differenza di colore con le rocce circostanti, la simmetria del corpo, i raggruppamenti di forme diverse, la postura, l’evidenza di movimento, il volo, l’interazione apparente e gli occhi lucenti.

Una volta identificata e descritta una chiara immagine di una determinata forma, questa è stata utile per facilitare il riconoscimento di altri scatti meno chiari, ma comunque validi, che presentano la stessa forma base” ha continuato lo scienziato.

"La presenza di organismi metazoi superiori su Marte implica la presenza di fonti e processi di nutrienti / energia, catene e reti alimentari e acqua come elementi che funzionano in un ambiente ecologico, seppur estremo, sufficiente a sostenere la vita", si legge ancora nel paper della ricerca. "Ho osservato casi suggestivi di acqua stagnante o piccoli corsi d'acqua. Noto piccole rocce sommerse, rocce più grandi, un'area umida a riva e un'area più asciutta oltre l'area umida. L'acqua su Marte – ha ricordato l’entomologo - è stata segnalata più volte, compresi i rilievi fatti dalle strumentazioni di Viking, Pathfinder, Phoenix e Curiosity.

Le prove della vita su Marte presentate qui forniscono una base solida per molte altre importanti questioni biologiche, nonché sociali e politiche. Rappresentano anche una solida giustificazione per ulteriori studi".


Non è la prima volta che, osservando con attenzione le foto raccolte dai rover sul pianeta rosso e poi pubblicate dalla Nasa, qualcuno evidenzia la possibilità che siano state immortalate creature viventi (uccelli o insetti volanti, granchi, ratti, ecc.) o fossili.

Non sono mancate neanche le segnalazioni di possibili resti di costruzioni, e altri elementi architettonici artificiali. In tutti questi casi precedenti però, la comunità scientifica non si è neanche degnata di intervenire in prima persona per far sentire, attraverso suoi autorevoli membri, la posizione della “scienza ufficiale” a riguardo.


Tutti i casi precedenti sono stati aprioristicamente declassati a fake news o al fenomeno della pareidolia (fenomeno per cui la mente umana tenderebbe a vedere in rocce o formazioni naturali, volti, oggetti o esseri viventi con cui ha più familiarità).

A emettere queste “sentenze” la comunità scientifica ha “mandato” i numerosissimi e “attivissimi” (sul web) portaborse che, sebbene non abbiano alcun titolo accademico per potersi pronunciare su questioni che riguardano praticamente tutto lo scibile umano, hanno, di fatto, ribadito al pubblico che quelle notizie non erano attendibili, soprattutto perché non provenivano da personale qualificato, cioè da persone di scienza.


Per tale motivo si è detto al pubblico che queste tutte le persone che avevano riscontrato anomalie nelle foto marziane, erano state tratte in inganno dal fenomeno della pareidolia, proprio perché non abituate a valutare scientificamente le cose, non avendo familiarità con la geologia, l’entomologia e la biologia in generale.

Altro elemento su cui gli irriflessivi ossequiosi della scienza hanno sempre posto l’accento, era la tradizionale (ma ormai anacronistica) immagine di Marte che ancora oggi viene diffusa, quella cioè di pianeta inospitale alla vita, oggi come in passato.

Se tutto ciò è avvenuto in precedenti situazioni simili a quelle di Romoser, allora perché questo caso ha suscitato tanto clamore in ambito scientifico, facendo intervenite a più riprese, numerosi esponenti della comunità scientifica sulla questione?

Per rispondere a questa domanda è necessario valutare diversi aspetti.


La principale differenza con i casi passati sta, innanzitutto, nel fatto che ad avanzare la possibilità che i rover su Marte abbiano realmente immortalato forme di vita, questa volta sia stato uno scienziato accademico che fa parte a tutti gli effetti della comunità scientifica ufficiale, e non un “improvvisato” ricercatore.

Dal mio punto di vista, se un’osservazione è onesta, documentata e coerente con tutte i dati disponibili è degna di nota, indipendentemente dal fatto che ha farla sia un membro o meno della comunità scientifica ufficiale o un cittadino comune (ciò non significa, sia chiaro, che debba essere considerata vera ogni teoria, sovente assurda, che si trova in rete).


Ma la comunità scientifica ha dato più volte dimostrazione di non pensarla allo stesso modo.

Ho già avuto modo di far presente, in precedenti articoli su questo blog, come la comunità scientifica non gradisca che qualcuno possa “metter bocca” su materie che ritiene siano ad appannaggio esclusivo degli scienziati accademici, né tantomeno che si vada contro le teorie tradizionali. Secondo l’idea “progressista” di cui gran parte della comunità scientifica è intrisa, solo gli esperti possono pronunciarsi su certe questioni.

Secondo questa visione, il cittadino comune non deve pensare, ma solo accettare (o credere), senza se e senza ma, alle affermazioni delle autorità (in questo caso scientifiche).


Ma se esiste forse qualcosa di ancor meno tollerato nella comunità scientifica ufficiale, sono le cosiddette “invasioni di campo”, cioè i casi in cui uno scienziato si pronunci su argomenti di altre materie, diverse da quella in cui opera direttamente o è specializzato.

Le invasioni di campo sono mal digerite perché creano enormi imbarazzi a chi opera quotidianamente nel campo oggetto dell’invasione, perché non si può far finta di nulla o rispondere in modo perentorio dando, senza mezzi termini, dell’incompetente al collega che ha operato l’invasione.


In questo caso ci troviamo proprio di fronte ad un’invasione di campo: un entomologo che si pronuncia in tema di astrobiologia. È stato un membro della comunità scientifica ufficiale a sollevare obiezioni alla tradizionale visione della vita marziana.

Non era possibile dunque, sguinzagliare i soliti e irriflessivi e “attivissimi” ossequiosi delle autorità, che non hanno alcun titolo per controbattere a un illustre e stimato scienziato accademico.

Era necessario “scomodarsi” in prima persona, per effettuare un intervento diretto a difesa dell’idea tradizionale (o forse d’interessi personali o nazionali).

Sono quindi scesi in campo, anche in Italia molti membri, esponenti o portavoce, della comunità scientifica ufficiale, e l’hanno fatto intervenendo in tutte le principali testate giornalistiche mainstream.

La Repubblica e il Corriere della Sera (tanto per citare quelle più lette e diffuse nel nostro paese) sono solo alcune delle testate che si sono occupate della vicenda in modo a dir poco preconcetto, manifestando palesemente una dipendenza cognitiva di stampo progressista, basata esclusivamente sull’accettazione incondizionata delle affermazioni delle autorità e sulle “verità ufficiali”.



Tanto per fare un esempio, l’articolo (di appena venti righe) che si è occupato dello studio di Romoser (che il redattore dell'articolo storpia in "Rosomer" più volte in tutto l'articolo, evidenziando il suo livello di professionalità nonchè l'attendibilità del gionale su cui scrive),  apparso sul Correre della Sera il 20 novembre 2019, dopo aver illustrato con palese scetticismo le affermazioni dell’entomologo statunitense (probabilmente una delle competenze richieste per diventare giornalista del Corriere è la laurea in entomologia … - ironia), si conclude così: “Il rischio, tuttavia, è che l’illustre entomologo si sia fatto “abbagliare” dalla familiarità delle sagome rocciose, finendo vittima di ripetute pareidolie. Ad oggi - va detto - la Nasa non ha mai annunciato di essersi imbattuta in forme di vita marziane. Tuttavia, è proprio per fare luce sulla questione che tra pochi mesi prenderà il via Mars 2020, missione che prevederà l’invio sul pianeta di un nuovo rover incaricato di rintracciare strutture biologiche fossili quali conchiglie, coralli e stromatoliti”.


Da ciò si evince, secondo il Corriere della Sera, che la realtà è formata esclusivamente su ciò che le autorità (in qual caso la Nasa) affermano.

Siccome la Nasa non ha mai affermato di essersi imbattuta in forme di vita marziane, affermazione già di per sé non del tutto corretta (vedi annuncio della Nasa e dell’allora presidente Bill Clinton nel 1996 sul rinvenimento di batteri fossili nel meteorite marziano ALH84001, e quello riguardante la rivalutazione degli esperimenti della missione Viking 2 del 1977, a cui un altro importante quotidiano come La Stampa aveva dedicato un articolo), ciò è sufficiente per declassare a pareidolia le affermazioni di un importante entomologo accademico.


Un'altra affermazione alquanto pittoresca contenuta nell’articolo, e che testimonia l’evidente difficoltà intellettiva dell’estensore nel formulare un pensiero autonomo e coerente, è quella relativa al fatto che la missione Mars2020 in partenza nei prossimi mesi, ha come obiettivo quello di cercare “strutture biologiche fossili quali conchiglie, coralli e stromatoliti”.

Ora, come ho già fatto notare nel mio ultimo libro (il lato oscuro di Marte dal mito alla colonizzazione), le prove sull’esistenza passata di vita su Marte sono già state trovate, come dimostrato dai numerosi studi pubblicati in merito (tutti citati nel mio lavoro editoriale), studi di cui ovviamente l’estensore ignora l’esistenza.

È proprio per questo che la Nasa (ma lo farà anche l’ESA – Agenzia Spaziale Europea - con la missione a guida italiana EXOMARS 2020) andrà sul pianeta rosso a caccia non di forme di vita semplici, come batteri o altro (poiché già trovate), ma di forme di vita già più complesse come quelle che generano conchiglie, coralli ecc., o andrà addirittura “a caccia dell’evoluzione”, come affermato da alcuni addetti ai lavori e riportato nella rivista Golbal Science, House Organ dell’ASI (leggi l’articolo su questo blog “Exomars2020: su Marte in cerca dell’evoluzione”).

L’estensore dell’articolo del Corriere della Sera avrebbe dovuto ragionevolmente porsi la domanda: com’è possibile cercare i resti di forme di vita complesse se la vita semplice non è stata trovata (almeno per quanto di sua conoscenza)? È come affermare di voler cercare i resti dei dinosauri su sulla Luna, senza che aver evidenze dell’esistenza di altre forme di vita più semplici!

È sorprendente ma altrettanto significativo, trovare una così evidente contraddizione in termini logici, in così poche righe di un articolo di stampa!


Possibile che su testate giornalistiche così importanti lavorino “giornalisti” (le virgolette sono obbligatorie in questi casi) così impreparati su questi argomenti, al contempo così superbi da ergersi a giudici del vero e del falso e con una percezione cognitiva così limitata da non rendersi conto di contraddire se stessi in poche righe? Oppure bisogna pensare che la redazione dell’articolo sia stata compiuta in ossequio ad altre logiche e interessi?


Il richiamo alla prossima missione (Mars 2020) forse non è un caso e, come vedremo tra breve, potremmo trovare una risposta alle domande appena poste, dopo aver valutato le dichiarazioni rilasciate “sull’affaire Romoser” a La Repubblica, dai membri italiani della comunità scientifica ufficiale.

L’articolo apparso su questo quotidiano, sempre in data 20 novembre 2019, è certamente più circostanziato di quello pubblicato dal Corriere della sera.

Tuttavia, il tenore dell’articolo è pressoché lo stesso, mirante a sminuire, ma in modo più sottile e raffinato, l’attendibilità dello studio.

Sia chiaro, lo studio di Romoser dal mio punto di vista non toglie o aggiunge nulla a quanto sappiamo sulla vita marziana, ma un giornalista vero e serio, ancorché totalmente impreparato per parlare di certi argomenti, si dovrebbe limitare a fare cronaca, riportando i fatti, senza aggiungere alcun commento.


Il titolo (“Insetti su Marte, la strana teoria dell’entomologo USA”), l’onnipresente sottolineatura che le annotazioni di Romoser siano espressione di un suo convincimento personale (come a sottintendere che il professore universitario statunitense sia un folle), combinata con l’uso del condizionale che accompagna i virgolettati dello scienziato statunitense, la sottolineatura che nelle immagini sono stati usati “freccette e cerchietti di colore rosso” quasi a volerne evidenziare la poca professionalità e serietà, testimonia lo scetticismo (o il tentativo di trasferire la stessa sensazione al lettore) presente in chi ha redatto l’articolo (probabilmente anche a La Repubblica assumono soltanto persone altamente specializzate in entomologia e astrobiologia).


Oltre alle opinioni del tutto personali del “giornalista”, l’articolo de La Repubblica è interessante poiché contiene le opinioni di tre membri della comunità scientifica ufficiale. Inutile dire che, anche in questo caso, si tratta di opinioni a senso unico (volendo dare per scontato che siano state riportate correttamente dall’estensore dell’articolo che fatico a definire “cronista”, il cronista riporta e non esprime opinioni proprie), sulla falsa riga del titolo e del tenore dell’intero articolo.

La prima opinione riportata (introdotta dall’esplicativo titolo di “Dai vermi all'uomo nella roccia: i 'fake' su Marte“) è quella di Raffaele Mugnuolo dell'Unità Esplorazione e Osservazione dell'Universo dell'ASI(Agenzia Spaziale Italiana) che ha detto: “Bisogna essere molto cauti nel giungere a conclusioni sulla base di così pochi dati. Già alcuni decenni fa ci fu un’ipotesi simile (i vermi marziani) fatta da scienziati russi che avevano analizzato alcune immagini particolari e identificato alcune strutture simili a microbatteri. Le risposte, si spera le avremo con le prossime missioni ExoMars e mars2020. Certo la presenza di metano rilevata da Curiosity e in passato dal nostro PFS (Planetary Fourier Spectometer) su Mars Express, insieme alla recente rilevazione di ossigeno sempre fanno ben sperare in scoperte clamorose".


Il riferimento di Mugnolo alla vicenda dei “vermi marziani” fatta dai russi decenni fa è da intendersi assolutamente faziosa. Oggi, a differenza di alcuni decenni fa, abbiamo moltissime altre informazioni oggettive sulle condizioni riguardanti il passato e il presente di Marte, informazioni che rendono certamente più plausibili certe ipotesi.

Perché citare solo questo caso di probabile errore (?) fatto dai ricercatori russi, e non citare invece altre ricerche ben più valide dal punto di vista scientifico, come quella dei ricercatori del CNR Nicola Cantasano e Vincenzo Rizzo, pubblicata sull’International Journal of Astrobiology nel settembre del 2016 , che hanno confrontato, trovando corrispondenza pressoché assoluta, i segni lasciati nelle rocce sulla Terra da batteri terrestri, con quelli presenti nelle rocce marziane, sia a livello microscopico sia macroscopico in quasi tutte le oltre 40.000 foto analizzate?  Questa ricerca conferisce certamente più attendibilità alle possibilità avanzate da Romoser. Possibile che Mugnuolo, che ricopre un ruolo di assoluta importanza in ASI, non conosca questa ricerca così importante? Perché vengono ricordate al pubblico soltanto le ricerche che sono “funzionali” alla propria idea e all’idea tradizionale?

Da notare anche in questo caso, il “richiamo” alle prossime missioni ESA e Nasa. Un caso?


Il secondo intervento riportato sulle pagine de La Repubblica, è quello dell’astrobiologa dell’Università di Roma Tor Vergata, Daniela Billi, che spesso collabora con i “vicini di casa” dell’ASI (l’Università di Roma Tor Vergata, dista poche centinaia di metri dalla sede dell’ASI) e con la NASA. Le dichiarazioni dell’astrobiologa italiana sono introdotte da La Repubblica con queste parole: “Le speranze di trovare conferma della tesi di Romoser è assai più remota per Daniela Billi…”, tanto per evitare che le parole di Mugnuolo apparentemente più possibiliste, possano aver distratto il lettore portandolo a considerare, anche solo per un attimo, la possibilità avanzata da Romoser.

"Non possiamo basarci sulla morfologia per affermare l'esistenza di vita, - ha affermato Billi - perché quelle forme che vediamo nelle immagini potrebbero essere il risultato di reazioni chimiche che niente hanno a che fare con la biologia. Parlare di organismi che possono vivere sulla superficie di un pianeta così ostile, così come lo conosciamo, sembra molto difficile. Possiamo immaginare che la vita possa essere esistita un tempo su Marte, ma anche nel caso si trattasse di fossili sarebbe necessario analizzarli prima di arrivare a tali conclusioni. Anche perché ciò presupporrebbe un'evoluzione biologica ben più veloce di quanto accaduto sulla Terra. Basti pensare che gli insetti sulla Terra sono comparsi non prima del Devoniano - e in presenza di un’atmosfera ossigenata, - quindi in un periodo molto successivo a quando Marte presentava condizioni di abitabilità superficiale. Abbiamo avuto solo prove recenti dell'esistenza di composti organici, - conclude Billi - ma che la loro origine sia chimica o biologica è ancora tutta da verificare. Per ammettere dunque l'esistenza di organismi viventi, abbiamo bisogno di prove ben più consistenti".


Anche in questo caso, c’è molto da dire circa l’onesta intellettuale di queste affermazioni.

Cominciamo col dire che non si può che essere d’accordo con Daniela Billi sul fatto che in scienza ci vogliono prove concrete, e che lo studio attento e circostanziato di Romoser, si basa soltanto su poche immagini, che sono state per di più “lavorate” al computer per poter evidenziare gli elementi su cui ha elaborato le sue conclusioni.

Tuttavia Daniela Billi omette di ricordare (o l’estensore dell’articolo non l’ha riportato) alcune cose. Anzitutto che le immagini che la Nasa pubblica sul suo sito, sono spesso rielaborate al PC prima della divulgazione, perché spesso sono raccolte con strumenti che percepiscono lo spettro visivo luminoso in modo molto più ampio dell’occhio umano, poiché mirano a evidenziare la composizione chimica delle rocce marziane, informazione importante per i geologi Nasa. Così, al fine di rendere le immagini più fruibili al pubblico, prima della pubblicazione la Nasa le rielabora, riportandole ai colori che un uomo potrebbe percepire se si trovasse sulla superficie del pianeta rosso, o come dichiarato da alcuni scienziati Nasa, ai colori che il pubblico si aspetta e/o a cui è più abituato quando si tratta del pianeta Marte (tanto per essere chiari, spesso il rosso viene “caricato” come si dice in gergo, in modo da rendere, ad esempio, il terreno o il cielo più rosso di quanto siano realmente).

Ciò ovviamente, non avviene sempre, ma in molti più casi di quanto si pensi.

Rielaborare le immagini Nasa aumentando e diminuendo contrasti e luminosità, per provare a riportarle allo “stato originario”, non significa necessariamente falsare l’immagine o il contenuto della stessa.


Dobbiamo certamente convenire con Daniela Billi che la valutazione del solo studio di Romoser non è assolutamente sufficiente ad affermare che su Marte ci sia e ci sia stata vita, così come non lo sarebbe anche se volessimo prendere per buone (e certamente non tutte lo sono) tutte le altre analoghe segnalazione di strane forme geologiche marziane fatte negli anni precedenti da ricercatori indipendenti.

Così come avvenuto per le dichiarazioni di Mugnuolo, però, dobbiamo altresì rilevare il fatto che l’astrobiologa italiana, che collabora attivamente con ASI e Nasa, non può non conoscere le decine di studi scientifici, basati sui dati raccolti in situ dai rover e dalle sonde presenti sul pianeta rosso, che hanno provato la presenza di materia organica, di acqua e di altri composti ideali e idonei a sostenere la vita. Non può non conoscere i numerosissimi studi che hanno ridisegnato la nostra conoscenza sul passato caldo e umido di Marte, al punto da rendere plausibile l’ipotesi che sia stato addirittura la culla della vita nel nostro sistema solare, e dunque che la vita possa aver fatto la sua comparsa prima su Marte e solo dopo sulla Terra.


Si tratta di tutti studi scientifici compiuti dalle maggiori università e istituti di ricerca al mondo, pubblicati sulle principali e più importanti riviste scientifiche al mondo e basati su dati oggettivi e non su ipotesi. Possiamo pensare che un’astrobiologa così importante non conosca i progressi e le scoperte compiute negli ultimi vent’anni nella propria materia di competenza? Senza contare quanto già detto sui ritrovamenti di batteri fossi nei meteoriti (studi Nasa), sulla rivalutazione dei risultati degli esperimenti PR e LR della missione Viking 2 del 1977 e dello studio dei ricercatori italiani del CNR. Queste sono evidenze concrete.

Perché non citarli o considerarli nelle sue affermazioni? Perché far finta di nulla, e ricordare all’intervistatore e al pubblico, sempre e solo informazioni obsolete, miranti a preservare l’immagine tradizionale del Marte inospitale?


Mi chiedo ancora perché, durante le sue lezioni di astrobiologia all’Università Roma Tre, insegna e non “rigetta” anche nozioni che fanno parte di teorie scientifiche supportate da scarse prove o ancora del tutto da provare, benché siano ampiamente condivise in ambito scientifico (ma non per questo necessariamente esatte)?

Se, come siamo tutti d’accordo, la scienza dovrebbe basarsi su prove concrete e oggettive in assenza delle quali è opportuno sospendere il giudizio, perché si richiedono prove inconfutabili solo di fronte a teorie che sono contro l’idea tradizionale e prevalente in ambito scientifico, e non si ha la stessa fermezza nel chiedere prove altrettanto incontrovertibili, di fronte alla moltitudine di teorie scientifiche ufficiali, ma pur sempre teorie e non verità oggettive?


Uno dei requisiti fondamentali di un uomo di scienza, dovrebbe essere anzitutto la coerenza! È paradossale vedere che la coerenza non ci sia in chi la scienza la insegna.

Nell’articolo de La Repubblica, il culmine del paradosso si raggiunge forse, nelle dichiarazioni della docente di fisica dell’Università Roma Tre, Elena Pettinelli.

La ricercatrice collabora attivamente con l’ASI e l’ESA e, in passato, ha analizzato i dati del radar italiano Marsis, strumento che ha scandagliato il cuore del pianeta rosso alla ricerca di tracce di acqua.

Le sue dichiarazioni hanno dell’inverosimile!


"Non abbiamo prove di esistenza di acqua allo stato liquido e stabile sulla superficie del pianeta – ha dichiarato Elena Pettinelli - e questo, insieme alle intense radiazioni cosmiche, fa escludere la presenza di organismi viventi su tale superficie. E' capitato più di una volta che le immagini arrivate dai rover e dalle sonde in missione intorno a Marte venissero interpretate male, come quando qualcuno pensò di avere avvistato la faccia di un uomo scolpita nella roccia. Non vuol dire che ciò che vediamo sia una prova di esistenza in vita: la biologia su un pianeta è fatta di molecole, non di suggestioni".


Elena Pettinelli, in barba all’annuncio della Nasa del settembre del 2016 che ha comunicato che in certi periodi e in certe circostanze, l’acqua liquida ancora scorre sulla superficie marziana (anche se per brevi periodi, ma comunque in modo stabile e ricorrente), ci dice che su Marte non c’è acqua liquida e stabile in superficie!

Sebbene non siano oggettivamente presenti specchi d’acqua o fiumi in superficie (ma nel sottosuolo c’è un vasto sistema di laghi di acqua salta, rilevato proprio dal radar Marsis, e più in generale depositi d’acqua sono pressoché ovunque), la presenza ricorrente e periodica di rigagnoli d’acqua non consente di affermare che su Marte non ci sia acqua in superficie.


Quella di Elena Pettinelli è una forzatura e una semplificazione fuorviante, soprattutto per il grande pubblico che non è informato e/o non segue continuamente l’evolversi dell’esplorazione marziana. Perché fare affermazioni tanto estreme quanto imprecise e fuorvianti? Dobbiamo pensare forse, che anche la docente di fisica dell’Università Roma Tre non sia aggiornata sulle nuove scoperte della materia di cui si occupa?


La sensazione che in queste reazioni, che appaiono un po’ scomposte e bizzarre, sembra esserci qualcosa che non va, sembra poter aver trovato poi conferma qualche giorno dopo.

Cinque giorni dopo la pubblicazione degli articoli che hanno “bollato” come folle lo studio di Romoser su tutti i mass media mainstream, il 25 novembre 2019, il portale della rivista Global Science, l’House Organ dell’ASI, che non aveva dedicato neanche una sillaba allo studio dell’entomologo statunitense, ha pubblicato, a firma del suo direttore Francesco Rea, un video articolo.

Nell’articolo del 25 novembre (2019), Rea prende spunto da uno studio pubblicato su Nature Geoscience da parte di un team di ricercatori europei, che poco o nulla a che fare con Marte, sostenendo che tale studio “concede poche chance all’entomologo statunitense”. 

Nello studio pubblicato su Nature Geoscience, i ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su un’area particolare del nostro pianeta, un cratere vulcanico pieno di sale, che emette gas tossici e nel quale l’acqua bolle in un’intensa attività idrotermale.

Si tratta delle sorgenti etiopi di Dallol, l’unico luogo della Terra a oggi scoperto, dove non sono state trovate tracce di vita, neanche batterica.


Il luogo in questione, presentato da Rea come “molto simile a quella che dovrebbe essere la realtà ambientale marziana”, presenta sì alcune caratteristiche simili ad alcuni luoghi di Marte, ma anche sostanziali differenze.

Le sorgenti di Dallol sono, infatti, un luogo così torrido che in inverno le temperature superano i 45 gradi e dove abbondano pozze d'acqua saline e ricche di acidità. Composti salini e acidi sono certamente presenti in alcune aree di Marte, sebbene sia difficile poter stabilire se il grado di acidità e salinità sia lo stesso con quello delle sorgenti etiopi, ma di pozze d’acqua sul pianeta rosso, complice il fenomeno della sublimazione, certamente non ce ne sono in superficie o, come paradossalmente e anacronisticamente sostiene Elena Pettinelli, l’acqua liquida non c’è proprio.

Inoltre, in Etiopia, le temperature nel luogo in questione sono molto alte e per questo assolutamente diverse, se non addirittura opposte a quelle su Marte. Nel Dallol le temperature variano da un minimo di 45 °C e massimi di 60 °C. Su Marte la temperatura  media di -63 °C, con minimi di -143 °C e massimi anche di 25 °C all'equatore in estate. Sotto questo punto di vista dunque, non potrebbe esserci luogo più diverso da comparare a Marte!


C’è poi da far presente che è un esercizio intellettualmente disonesto prendere un luogo così particolare e unico sulla Terra, che presenta condizioni simili solo in parte a quelle di alcuni specifici luoghi di Marte, e applicare questo “modello” a tutto il pianeta rosso. Se io fossi un alieno e stessi studiando la Terra, potrei prendere le condizioni presenti in un solo luogo specifico, magari proprio quello delle sorgenti del Dallol o quello di un deserto arido e inospitale come quello di Atacama in Cile, per poi applicare quanto osservato in questi singoli luoghi a tutto il nostro pianeta, giungendo alla conclusione che è privo di vita? Certamente potrei farlo, ma altrettanto sicuramente la mia “osservazione scientifica” sarebbe al quanto opinabile se non del tutto errata.

Ciò che ha fatto Rea sul portale di Global Science non è poi tanto diverso.



È quindi chiaro il tentativo di Rea di utilizzare strumentalmente uno studio che nega la presenza di vita in certe condizioni, per gettare acqua sul fuoco sulle affermazioni di Romoser (che anche Rea storpia più volte in "Rosomer", probabilmente perchè parla per sentito dire? Oppure non sa neanche di cosa sta parlando?).

Anche in questo caso c’è viene da chiedersi: perché il direttore dell’House Organ dell’Agenzia Spaziale Italiana, si è sentito in dovere di intervenire strumentalmente su una vicenda a cui non era stata data in precedenza la minima importanza? Perché spingersi a fare paragoni tra luoghi terrestri tanto particolari e il pianeta Marte, citando la ricerca di Romoser, per di più riportando anche il nome sbagliato? Un semplice “abbaglio” del direttore di Global Science?


La risposta ai tanti comportamenti anomali fin qui riscontrati, va cercata nel “comun denominatore” che sembrano avere tutti i protagonisti di questa vicenda.

Infatti, tutti lavorano o hanno ruoli di rilevanza nelle prossime missioni Nasa (MARS 2020) ed ESA (EXOMARS 2020). Entrambe le missioni hanno l’obiettivo della ricerca di prove di forme di vita, non solo passata, ma adesso presente su Marte. Non a caso, entrambi i rover delle due missioni hanno strumenti per cercare nel sottosuolo marziano, luogo in cui si ritiene più probabile trovare forme di vita ancora vive.

I risultati di queste missioni sono attesi non prima del 2021.


Prendete, se preferite, quanto sto per dire, non come un’indiscrezione o una rivelazione, quanto invece semplicemente per una deduzione.

Ho fatto già presente in molti articoli su questo blog, e ancor prima e più dettagliatamente nel mio libro su Marte (ma anche sommariamente in quest’articolo), che la vita sul pianeta rosso è già stata trovata. Tuttavia nessun annuncio in “pompa magna” come quello dell’annuncio del ritrovamento di acqua liquida su Marte fatto dalla Nasa (che era a conoscenza, in modo inconfutabile, di questa informazione fin dal 2008) è stato fatto. Questo perché le evidenze della presenza di forme di vita su Marte sono venute alla luce in modo differito e frammentato.

La rivalutazione degli esperimenti della missione Viking 2 è stata oggetto di una lunghissima diatriba tra la Nasa e il responsabile dell’esperimento, lo scienziato Gilbert Levin. La Nasa ha fatto parziali, e non ufficiali, ammissioni sull’esito positivo dei risultati degli esperimenti effettuati nel 1977 sul pianeta rosso dalla sonda Viking2, solo negli ultimi anni.

Le evidenze delle similitudini delle impronte fossili presenti nelle rocce marziane con quelle presenti sulle rocce terrestri, evidenziate dallo studio dei ricercatori del CNR, è stata eseguita sulla base dei dati raccolti molti anni prima dalle sonde, dati mai analizzati prima di quel momento. Solo pochi mesi fa si sono definitivamente escluse tutte le possibili ipotesi fino ad allora formulate, circa l’origine abiotica del metano marziano, lasciando sul tavolo come unica ipotesi, l’origine biologica, a ulteriore conferma dei risultati dei test effettuati dalla Viking 2. Nel frattempo abbiamo scoperto che le condizioni presenti su Marte non sono state, e non sono tuttora, così inospitali come si pensava, sebbene certamente estreme.

Tutto ciò considerato, è chiaro che la vita su Marte ci sia stata e ci sia, probabilmente in forme elementari, ancora oggi, sebbene non ci sia ancora un’evidenza inconfutabile ma solo una somma di elementi.


L’arrivo diluito del tempo di tali informazioni, non ha consentito di sfruttare mediaticamente le notizie, e dunque non si è ritenuto opportuno dare alcun annuncio ufficiale in tal senso. Dobbiamo, infatti, considerare che il settore della ricerca scientifica sia mosso prevalentemente in ragione d’interessi economici e politici. La “corsa allo spazio” degli anni ’60 conclusasi con gli allunaggi è avvenuta prevalentemente per motivi propagandistici, così come oggi l’esplorazione di Marte. Il ritorno d’immagine derivante dal successo delle missioni, è un elemento assolutamente importante e non secondario, a cui la comunità scientifica e la politica che la finanzia, tengono molto.


La notizia della scoperta di forme di vita aliene è un qualcosa di epocale, che deve essere sfruttato a pieno dal punto di vista mediatico. L’obiettivo è quello di cogliere il primo risultato positivo che sarà raccolto dalle sonde Nasa ed Esa nell’ambito delle missioni previste con partenza 2020, per dare finalmente l’annuncio ufficiale.

Come ho già più volte anticipato infatti, l’annuncio riguardo il ritrovamento della prima forma di vita extraterrestre sarà dato entro e non oltre il 2025.

In attesa di avere quindi lo spunto giusto per fare l’annuncio, la parte della comunità scientifica che gestisce la scienza in ambito di astrofisica, astrobiologia e tutti gli altri settori coinvolti nell’esplorazione spaziale, non consentiranno a nessuno di “bruciare” una notizia così importante, forse la più grande scoperta nella storia dell’umanità.

Men che meno a un altro scienziato che opera in un altro settore.


Immaginate l’imbarazzo tra gli astrobiologi e gli altri addetti ai lavori, di fronte a un entomologo, un esperto d’insetti, che fa un annuncio epocale come quello del ritrovamento della vita extraterrestre. Sarebbe uno smacco troppo grande.

Che cosa penserebbe l’opinione pubblica di questi astrobiologi, sovente pagati con soldi pubblici, che non riescono a vedere una cosa così importante come una forma di vita aliena, mentre lo fa “l’ultimo arrivato”?

È chiaro che a fare l’annuncio del ritrovamento della vita extraterrestre sarà un astrobiologo e nessun altro. Aggiungo che, con ogni probabilità e per ragioni di opportunità, sarà la missione europea a guida italiana ad avere quest’onore.

Dipenderà molto dalla situazione politica del momento.


Si ritiene che l’immagine della Nasa sia stata molto compromessa negli ultimi anni.

Infatti, la Nasa sembra essere ormai considerata, da una parte dell’opinione pubblica mondiale, il “deus ex machina” di molte teorie della cospirazione, dai falsi allunaggi alla terra piatta, passando per quelle che sostengono che l’ISS non esista e che le sonde su Marte non siano mai arrivate.  Basti pensare che sui social, alla notizia della pubblicazione dello studio di Rosomer riguardo eventuali insetti marziani, sono apparsi commenti di questo tipo: “Perché vi stupite? Certo, in Arizona ci sono gli insetti!” lasciando intendere che non ci sono sonde umane su Marte e che tutte le foto sono false.


Sebbene personalmente consideri poco rilevanti tali teorie, è altresì evidente che la Nasa, così come quasi tutte le autorità statunitensi, si sono fatte pizzicare con le dita nella marmellata parecchie volte e che le loro affermazioni siano ormai sempre, da prendere con le molle.

C’è dunque chi ritiene che se l’eventuale annuncio del ritrovamento della vita marziana fosse fatto dalla Nasa, susciterebbe scetticismo in parte dell’opinione pubblica, sminuendo i meriti e gli onori della comunità scientifica, anch’essa bisognosa di un rilancio d’immagine dopo i numerosi scandali che la stanno caratterizzando negli ultimi anni (leggi gli articoli su questo blog dedicati all’argomento).

In quest’ottica c’è chi ritiene sia più opportuno lasciare all’ESA l’onore di fare quest’annuncio epocale. Al contrario, c’è anche chi sostiene che quello dell’annuncio del ritrovamento di vita extraterrestre possa essere una buona opportunità per la Nasa per rilanciare la sua immagine.


Concludendo, lo studio di Romoser, sebbene interessante, non costituisce un inedito assoluto ed è da considerarsi solo uno dei possibili tasselli a sostegno della probabilità della presenza di vita sul pianeta rosso, e non certamente una prova. Dal mio punto di vita non aggiunge e non toglie nulla a quanto già noto ufficialmente e certamente più interessante. Tuttavia, grazie a questo studio e all’invasione di campo effettuata da Rosomer, abbiamo potuto osservare le reazioni scomposte di alcuni esponenti della comunità scientifica ufficiale e dei mass media mainstream, a tutela di posizioni di potere e privilegio, presente passato e futuro, reazioni che ci hanno comunque consentito di evidenziare ancora una volta, come la scienza spesso non sia guidata dalla voglia di conoscenza, ma da interessi personali e di lobby.



Autore articolo: Stefano Nasetti

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