L’Hard Disk DNA contiene la nostra storia e le prove del contatto alieno?



Una nuova ricerca pubblicata su Science conferma scenari apparentemente fantascientifici.

Analizzando tra i molteplici argomenti trattati, anche le varie teorie riguardanti la nascita della vita, l'evoluzione umana o la possibilità scientifica riguardante l'ipotesi avanzata dai teorici degli antichi astronauti che sostengono " [...]che la prova di un antico contatto con civiltà provenienti da altri mondi, non si troverà in un manufatto o su un’iscrizione antica, ma nel nostro DNA... [...]" mi sono trovato di fronte all'evidenza che si trattava di un'ipotesi tutt'altro che improbabile o antiscientifica.


Ripropongo sinteticamente soltanto alcuni estratti del libro in merito a questo tema, trattato nel libro in modo approfondito:

"[...]A chi leggendo questa ipotesi, può pensare che si tratti solamente di assurde spiegazioni fantascientifiche e che non si può manipolare in modo così mirato il DNA potenziandolo a tal punto da creare caratteristiche uniche e così determinanti per lo sviluppo di una forma di vita, si può semplicemente rispondere così: se oggi l’uomo è già in grado di fare cose simili, perché in passato una forma di vita più evoluta di noi non può averlo già fatto? Già, perché l’uomo è oggi in grado di fare questo.

Lo conferma un articolo apparso sulla rivista Nature, alla quale è stata dedicata anche la copertina nel mese di Maggio 2014. L'istituto californiano Scripps è riuscito ad ottenere il primo organismo vivente con un DNA potenziato. Accanto alle tradizionali quattro lettere (A-T e C-G) che costituiscono il così detto “alfabeto della vita”, ne sono state aggiunte due, chiamate X e Y.

È stata quindi ottenuta la prima forma di vita artificiale capace di riprodursi e tramandare il proprio DNA potenziato. In questa ennesima notizia che arriva da settori scientifici, possiamo forse trovare la conferma o la smentita dell’affermazione fatta dai teorici degli antichi astronauti, secondo cui la prova della manipolazione artificiale del nostro DNA, avvenuta per opera di entità extraterrestri, è probabilmente contenuta all’interno del nostro DNA. [...]


[...] Il nostro DNA, come detto, è stato quasi del tutto decifrato; ciò nonostante comprendiamo solo il 5% delle informazioni che contiene. I genetisti hanno stabilito che è sufficiente comunque soltanto il 5% del DNA umano per creare da esso, un altro essere umano e che il resto, quel 95% di DNA rimanente, si potrebbe definire, secondo i genetisti stessi, “spazzatura genetica” o “DNA di scarto”. [...]


[...]Tra l'altro non è detto che poiché non siamo in grado di decifrare il 95% del nostro DNA, questo non abbia alcuna funzione. La natura per come la conosciamo oggi è estremamente efficiente, pensare quindi che il 95% della nostra essenza rappresenti una sorta di “errore” appare almeno inverosimile.

A conferma di ciò, nel Maggio del 2014 sulla rivista Nature, è stato reso noto il risultato delle ricerche dell'Università Johns Hopkins di Baltimora e dell'Università di Tecnologia di Monaco.

Le due ricerche hanno consentito di mettere a punto quello che è stato definito “il primo catalogo completo delle proteine dell’uomo”. Il risultato, confrontabile per importanza alla pubblicazione della sequenza del genoma umano, ha individuato le proteine, che possono essere considerate i “libri” che compongono la “libreria” genetica. [...]


[...]Nel novembre del 2014 la rivista Nature ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta dal genetista Evan Eichler, dell'Università' di Washington. Grazie ad una nuova tecnica di sequenziamento chiamata Smrt (Singola molecola e in tempo reale) è oggi possibile identificare mutazioni genetiche finora sconosciute ed avere accesso quindi ad un nuovo territorio di variazioni genetiche fino ad oggi ignoto.

Questa nuova tecnica permetterà quindi di comprendere alcuni tratti di quel DNA considerato fino ad oggi spazzatura che, per una serie di limitazioni tecniche dovute ai metodi standard di sequenziamento, non potevano essere letti, ma che nasconde molte preziose informazioni.

Potremmo quindi in futuro, riuscire a trovare in questi nuovi tratti del DNA, quelle prove di cui parlano i sostenitori della teoria degli antichi astronauti?

Cosa importante da rilevare è come il DNA rappresenti la forma migliore di conservazione delle informazioni. Tanto è vero che è stato scientificamente dimostrato di recente, che il DNA è un mezzo di registrazione delle informazioni pressoché illimitate, più potente di tutti i computer del mondo messi insieme.


Ipoteticamente, se volessimo registrare un messaggio eterno che possa essere decifrato da una creatura con un’intelligenza molto sviluppata da comprenderlo, il luogo migliore in cui riporre quel messaggio, non sarebbe un monumento o un testo che potrebbero essere spazzati via nel corso del tempo, ma il DNA della creatura stessa, che sarà quindi trasportato nel corso del tempo fin oltre la morte (sappiamo difatti che anche a distanza di migliaia di anni, in certe condizioni, è possibile che il DNA si conservi, anche solo parzialmente).

Sarebbe quindi possibile registrare l’intera conoscenza di una civiltà, nel DNA dei nostri corpi.

Bisognerebbe solo avere un mezzo per accedere a queste informazioni ed essere poi in grado di decifrare il messaggio. Sì perché, nonostante le continue ricerche sulla mappatura del DNA di varie creature, uomo compreso, dal risultato di una ricerca effettuata dall’Istituto di genomica del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Science, sembrerebbe addirittura venir meno uno dei dogmi della biologia riguardo questo tema.


La “lingua” con cui sono scritte le istruzioni della vita nel DNA potrebbe non essere una sola: l'idea di un codice genetico canonico composto da “parole” con lo stesso significato per ogni essere vivente, sembrerebbe vacillare. È stato infatti scoperto, che numerose forme di vita microscopiche hanno un DNA “non canonico”.

Sin dalla comprensione della funzione della lunga molecola del DNA, si è ipotizzato che tutti gli organismi viventi della Terra utilizzassero la stessa tipologia di codice genetico, ossia che le “istruzioni” contenute nei geni fossero scritte mediante le stesse “parole”, una lingua, quindi, universale.

Nuove tecniche di analisi genetiche hanno recentemente scoperto però, l'esistenza di eccezioni presenti in questa lingua. Lo studio guidato dai ricercatori statunitensi ha svolto analisi genetiche di alcuni microrganismi e i risultati hanno evidenziato che molti esseri viventi utilizzano diversi “vocabolari”, ossia si hanno molti casi in cui la stessa parola può avere significati differenti, in organismi diversi. [...]


[...]Riuscire a leggere e comprendere e addirittura scrivere il DNA sembrava una follia, un’invenzione creata dai sostenitori della teoria degli antichi alieni per dare sostegno alla loro tesi.

Quando quest’aspetto della teoria fu enunciato per la prima volta, oltre una decina di anni fa ormai, effettivamente sembrava un’ipotesi assurda, irreale se teniamo conto delle conoscenze scientifiche dell’epoca.

A distanza di quasi 15 anni la scienza sembra ancora una volta, poter confermare questa possibilità.

Nel novembre 2014 un gruppo di ricercatori coordinato dall'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT), ha reso noto i risultati di una ricerca poi pubblicati anche sulla rivista Science.

I ricercatori statunitensi hanno creato degli “hard disk viventi”, ossia hanno modificato batteri di Escherichia coli in modo da renderli capaci di registrare nel DNA, i dati che acquisiscono dall'esterno. [...]" (brani tratti dal libro Il lato Oscuro della Luna.)


Se nel 2015 ci si era fermati a verificare tale possibilità soltanto sul DNA dei batteri, già nei mesi successivi in Gran Bretagna l’Istituto Europeo di Bioinformatica era stato capace di memorizzare alcuni sonetti di Shakespeare e altri dati sul genoma umano.

La capacità di archiviazione però era assai limitata e il recupero dei dati non era stato completo a causa della presenza di alcuni errori generatesi in fase di scrittura o rilettura.


Nel luglio del 2016, anche Microsoft interessata come molte altre aziende allo sfruttamento di tale nuova prospettiva tecnologica da utilizzare in campo informatico con i computer a DNA, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Washington, ha dichiarato di aver memorizzato 200 megabyte di dati su dei filamenti di DNA (non umano però).

Una nuova e forse definitiva conferma, è arrivata questa volta dai ricercatori della Columbia University e del New York Genoma Center, ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica Science.

Questo nuovo passo in avanti nello sfruttamento del DNA umano come hard disk, apre a nuove frontiere, ancora poco esplorate. L’acido, rispetto a un normale dispositivo di storage o hard disk, ha numerosi vantaggi: ha una capacità di archiviazione maggiore ed è più resistente.


I ricercatori americani hanno tradotto il codice binario delle informazioni digitali rappresentate dalla sequenza dei numeri 0 e 1, nelle lettere A, C, G, T utilizzate in genetica per codificare il DNA.

Così facendo sono riusciti stavolta a svolgere delle operazioni informatiche usando il DNA al posto dell’hard disk. Gli scienziati, secondo quanto è stato da loro dichiarato, sono stati capaci di "salvare" un film francese del 1895, una Gift Card di Amazon e molti altri dati.

L'eccezionalità del risultato sta nel fatto che i file presenti sui diversi filamenti di DNA sono stati recuperati senza nessun errore.


Mentre un normale hard disk da un terabyte pesa all’incirca 150 grammi.

Un grammo di DNA potrebbe contenere, rispetto all’unità drive tradizionale, fino a 215 mila dati in più, dimostrando quindi possibile quanto già presente nell'estratto del libro che sopra riportato "[...] Ipoteticamente, se volessimo registrare un messaggio eterno che possa essere decifrato da una creatura con un’intelligenza molto sviluppata da comprenderlo, il luogo migliore in cui riporre quel messaggio, non sarebbe un monumento o un testo che potrebbero essere spazzati via nel corso del tempo, ma il DNA della creatura stessa, che sarà quindi trasportato nel corso del tempo fin oltre la morte (sappiamo difatti che anche a distanza di migliaia di anni, in certe condizioni, è possibile che il DNA si conservi, anche solo parzialmente) [...]"

Se fosse così utilizzato, anche solo con un piccolo frammento di DNA sarebbe sufficiente per conoscere vita, opere e miracoli di un essere vissuto miliardi di anni fa.

E se qualcuno lo avesse già fatto con quel 95% di DNA considerato oggi dai genetisti solo "spazzatura" perché privo di un’apparente funzione?



Se ancora questa ipotesi, ancorché assolutamente scientifica e tecnologicamente alla nostra portata come dimostrano le ricerche fin qui citate, possa ancora risultare inverosimile, perché magari si ritiene (erroneamente) che provenga solo da appassionati di ufologia (come se tra l’altro la materia fosse qualcosa di assolutamente fantasioso, ma questo è un altro discorso), è sufficiente citare quanto affermato già nel 2013, in un articolo scritto da due genetisti che hanno lavorato per oltre 13 anni per il citato progetto Genoma Umano (quindi appartenenti alla comunità scientifica "ufficiale").

L'articolo poi è anche stato ripreso successivamente dalla rivista Icarus. ed ha poi trovato parecchio eco nei siti ufologici di tutto il mondo, che però si sono sempre e solo limitati a riportare stralci di tale articolo, senza dare un seguito all'argomento.


I due genetisti Maxim A. Makukov del Fesenkov Astrophysical Institute e Vladimir I. Shcherbak del al-Farabi Kazakh National University, nel loro articolo dal nome molto significativo "The “Wow! signal” of the terrestrial genetic code (il segnale Wow del codice genetico terrestre) che fa riferimento al famoso segnale radio denominato "Wow" intercettato dall'astronomo Jerry R. Ehman il 15 agosto 1977 dal Seti e proveniente dalla costellazione del Sagittario, i ricercatori affermano senza mezzi termini: "la nostra ipotesi è che una civiltà extraterrestre più avanzata fosse impegnata a creare una nuova vita ed impiantarla su vari pianeti.

La Terra è solo uno di questi. Quel che vediamo nel nostro DNA è un programma che consiste in due versioni, un codice gigante strutturato ed un codice semplice o di base".

Nello stesso articolo i due genetisti non escludono la possibilità che l'iniziale codice, possa essere poi stato implementato, riscritto o integrato nel corso del tempo da queste entità.

Anche questa poteva sembrare un'ipotesi fantasiosa, ma sia nel libro che in quest'altro mio articolo di alcune settimane fa, è stata ampiamente evidenziata non solo tale possibilità scientifica, ma anche la nostra capacità tecnologica di fare questo, attraverso l'optogenetica o il controllo elettromagnetico dei geni, tutte tecniche che non contemplano un intervento "invasivo" o "fisico" nel senso tradizionale del termine.

Al di la di qualunque affermazione o convinzione personale sul tema e in attesa di riuscire a decifrare questo eventuale codice contenuto nel nostro DNA, la cosa certa è che questa ipotesi non può essere affatto scartata, né dal punto di vista scientifico né dal punto di vista teorico.


Cominciare a familiarizzare con l'idea che non siamo soli nell'universo, che la Terra è stata oggetto di visita in passato da extraterrestri e che questi potrebbero essere essi stessi gli attori principali non solo della nostra esistenza, ma della presenza stessa della vita nel nostro sistema solare è a questo punto doveroso per tutti.



Autore Testo: Stefano Nasetti

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