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Internet e social media, la disinformazione passa per la rete, ma forse non dove si pensa


Nel novembre del 2015 durante il convegno sui Big Data organizzato a Roma dagli Archivi di Stato di Venezia e Roma, Politecnico di Losanna, università Ca' Foscari e Tor Vergata di Roma, Ambasciata svizzera in Italia, l'Istituto Imt Alti Studi di Lucca ha presentato gli ultimi dati sul così detto “complottismo on line”.

L’istituto attraverso algoritmi in grado di riconoscere i topic (ossia l’oggetto di una discussione sulla rete), ha analizzato la diffusione ed il fenomeno definito di spregiativamente come “complottismo”, ed il grado di coinvolgimento di ciascun utente che partecipi a qualche forma di discussioni su vari argomenti considerati complottisti.

I ricercatori hanno quindi spiegato come su internet e sui social network, sia presente una vastissima quantità di contenuti, molto eterogenei, accettati senza controllo e senza mediazione.


Secondo uno degli autori della ricerca, Walter Quattrociocchi dell'Istituto Imt Alti Studi di Lucca “A farla da padrone è la tendenza a prendere per buono solo ciò che è affine alle proprie credenze, tendenza che gli esperti definiscono pregiudizio di conferma. Inoltre - continua Quattrociocchi – i complottisti della rete hanno l'abitudine di rilanciare le notizie gradite senza verificarle, un comportamento che i ricercatori chiamano analfabetismo funzionale, inteso come incapacità di capire un testo.

 Da questo mix di elementi nascono le tribù social. In sostanza ci sono utenti della rete che rilanciano, senza controllarle, le informazioni che confermano il proprio punto di vista. Sui social media trovano facilmente chi la pensa come loro e solo con questi si confrontano. Una volta formata la tribù, al suo interno ogni membro piano piano tende a prendere la strada del personaggio e diventa uno stereotipo”.


Come non essere d’accordo? Peccato che tutto ciò non rappresenta una novità, visto che nel mio libro “Il lato oscuro della Luna” pubblicato nel Giungo del 2015, erano esposte le medesime osservazioni. Ovviamente non è la rivendicazione di aver espresso per primo un concetto e probabilmente non è neanche così, ma soltanto la sottolineatura che forse non era necessaria una costosa ricerca per giungere a taluni conclusioni.

Mentre i ricercatori si sono scagliati indistintamente su tutti coloro che si avvicinano alla trattazione di questi argomenti, definendoli “utenti fai-da-te di Internet che si rafforzano a vicenda scambiandosi con fervore, informazioni dall'attendibilità dubbia”, la questione a mio modo di vedere dovrebbe essere vista in modo più ampio.


Come detto il fenomeno è innegabile, tuttavia se si accusano gli utenti di internet di “filtrare” le notizie “gradite” e funzionali al messaggio che si vuole trasmettere, la medesima accusa dovrebbe essere mossa a tutti i mass media, nonché alla scienza stessa, che spesso tende a tralasciare le scoperte scientifiche che contraddicono la teoria in quel momento dominante, soprattutto se provenienti da ambienti che non fanno parte della cerchia della “scienza ufficiale”.

In altre parole non è un problema, a mio modo di vedere, rilanciare una notizia “gradita”. Il problema è semmai, nel non verificare la bontà delle notizie.

Non tutte le teorie considerate complottiste sono prive di fondamento o totalmente false come i ricercatori vogliono far credere. Già la definizione di teorie complottiste, in quanto contrastanti la “verità ufficiale”, è abbastanza sintomatica di un pregiudizio.

Ma gli algoritmi creati ed utilizzati dai ricercatori, sono in grado di distinguere quando una notizia rilanciata è priva di fondamento e quando invece non lo è?


A giudicare da come i risultati dello studio sono stati proposti ed esposti, trapela in modo evidente come lo studio basi le sue fondamenta, sul presupposto che determinati argomenti siano del tutto infondati. Perciò la ricerca e i dati che da essa derivano sono frutto di un pre-giudizio, sono dunque funzionali alla verità precostituita e preconcetta che i ricercatori ritengo sia quella corretta.  Dunque anche loro, i ricercatori, così come i complottisti di cui hanno presumibilmente analizzato i dati, sono rimasti vittime di quel “pregiudizio di conferma” su cui hanno puntato l’indice.

Appare dunque surreale analizzare il fenomeno coniando definizioni come “analfabetismo funzionale”, quando poi si cade palesemente negli stessi errori.

Sia chiaro che questa non deve essere interpretata come una difesa delle tesi complottiste! Anzi, uno dei grandi problemi del nostro tempo è proprio la superficialità con cui molti ritengono di potersi pronunciare su taluni argomenti, senza prima essersi documentati a dovere.

L’analisi del fenomeno della disinformazione dovrebbe essere fatto invece, sulla base di posizioni di partenza neutrali, dunque su tutti gli argomenti, non solo su quelli considerati, forse a torto, come tesi complottiste.


Purtroppo la storia , anche recente (vedi i casi del Datagate, del Nigergate ad esempio) dimostrano che le verità che vengono date in pasto all’opinione pubblica, molto più spesso di quanto ci si aspetti, nel corso degli anni non si sono rivelate tali. Erano infatti, verità create ad arte per raggiungere secondi fini e nascondere altre realtà.

Il lavoro che tutti dovrebbero fare è quello non di capire cosa è falso ma, al contrario cosa e quanto c’è di vero della visione del mondo che ci viene messa davanti agli occhi.

Analizzando infatti, le notizie e le scoperte scientifiche considerate ufficiali, e dunque incontestabili dal punto di vista oggettivo, e mettendole assieme come le tessere di un puzzle, ci si può facilmente rendere conto che l’immagine del mondo che ne viene fuori è in gran parte diversa da ciò che comunemente si pesa di esso.

L’argomento è molto più vasto e profondo di quanto si crede, e a questa disinformazione continua non sfugge alcun aspetto della nostra vita e della scienza.


Per ulteriori approfondimenti invito a quanti hanno avuto la bontà di leggermi fin qui, di non smettere mai di farsi domande e di continuare a cercare la verità, senza abbandonarsi alla pigrizia di accettare le tesi ufficiali anche quando appaiono insensate, assurde, pretestuose nonché, come forse nel caso sopra esposto, incoerenti, solo perché proposte da enti istituzionali, perché “La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso” (A. Einstein).


Spesso per vedere la realtà del mondo è sufficiente spostarsi per un attimo e cambiare il proprio punto di osservazione.



Autore Testo: Stefano Nasetti

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