I pianeti del sistema Teegarden sono i primi luoghi dove cercare la vita extrasolare.



Marte, Europa, Encelado, Cerere e Mercurio sono i principali luoghi nel nostro sistema solare, dove si cercheranno evidenze della vita extraterrestre.

Alcune missioni sono già state programmate e finanziate, come quelle che vedranno il rover Nasa Mars2020 raccogliere campioni di rocce dal cratere di Jezeroun sito che, in passato, si pensa possa aver ospitato un lago e potrebbe quindi conservare degli elementi geologici che possono aiutare gli scienziati a ricostruire il passato del pianeta rosso.

In questa prima fase i campioni saranno incapsulati e lasciati sul posto.


La seconda fase prevede di lanciare sulla superficie di Marte un lander, dotato di strumentazione scientifica, un rover che raccoglierà i campioni disseminati durante la missione precedente, e un razzo vettore per lasciare il pianeta e raggiungere l’orbita di Marte.

Il terzo step del Mars Sample Return manderà una navicella attorno a Marte in grado di recuperare le capsule nell’orbita del pianeta e riportarle a Terra.


La prima fase della missione ha già ottenuto il via libera dalla Nasa, mentre l’agenzia spaziale europea è in attesa dell’approvazione del finanziamento da parte del consiglio Space19+ che si terrà nel corso di quest’anno (2019) in Spagna.


Nel frattempo, sempre nel 2020 partirà per Marte il rover dell’Agenzia Spaziale Europea con la missione Exomars 2020. Il rover chiamato Rosalind, in onore della chimica Rosalind Franklin che scoprì la struttura del Dna con James Watson e Francis Crick, giungerà sul pianeta rosso presumibilmente nei primi mesi del 2021 e, guidato dal ROCC, il Centro di Controllo del Rover Europeo a Torino, presso il centro Altec, si muoverà sul sulla superficie marziana, alla ricerca delle zone più idonee per gli obiettivi della missione: cercare tracce riconducibili a forme di vita passata e/o presente.

Grazie al trapano costruito in Italia, potrà perforare il terreno marziano fino a una profondità di 2 metri alla ricerca di forme di vita.

Sono allo studio altre missioni per verificare la presenza di vita negli oceani di Encelado ed Europa dove, secondo a un numero sempre crescente di studi, esistono tuttora le condizioni per la presenza di forme di vita.


Ma se questo è in sintesi, lo stato dell’arte sulla ricerca di vita extraterrestre nel nostro sistema solare, la scienza ufficiale è ormai lanciata anche oltre.

Solo vent’anni fa la presenza di vita nell’universo era considerata un fatto quasi più unico che raro. La limitatezza tecnologica impediva agli scienziati anche solo di ipotizzare la presenza di forme di vita extraterrestre.

Almeno così affermavano ufficialmente.


Dopo la scoperta dei primi esopianeti, questo tabù è pian piano stato abbandonato.

Oggi non solo si vita nel nostro sistema solare in luoghi come Marte dove ci era stato detto, non c’era stato mai nulla mentre oggi si da quasi per scontato che ci sia o ci sia stata, ma finalmente la si ritiene possibile anche fuori del nostro sistema.

Il ritmo con cui sono scoperti nuovi pianeti fa crescere contemporaneamente e in maniera esponenziale, le possibilità di trovare altre forme di vita.


Oggi sappiamo che la maggior parte delle 100 miliardi di stelle presenti nella Via Lattea ospita uno o più pianeti, molti dei quali possono essere simili alla Terra e capaci di ospitare la vita. Con i telescopi terrestri e spaziali di prossima generazione sarà possibile studiare le atmosfere dei pianeti extrasolari con maggiore precisione e cercare, eventualmente, i segni distintivi della presenza di forme viventi.

La maggior parte dei pianeti scoperti fino ad ora sono a migliaia di anni luce di distanza; troppo lontano, quindi, per studi dettagliati.

In pratica la loro grande distanza rende impossibile esplorarli.


Si stima che circa un migliaio di pianeti di tipo terrestre possano esistere entro 50 anni luce, cioè proprio nel nostro “vicinato cosmico”. Ha quindi molto senso concentrare i nostri sforzi per cercare pianeti intorno alle stelle vicine.

Tuttavia, queste stelle sono sparse omogeneamente nel cielo, rendendo impossibile studiarle simultaneamente; per cui, ogni stella deve essere monitorata individualmente per cercare pianeti attorno ad essa.


Fino a tre anni fa, tra quelli allora scoperti, i pianeti simili alla Terra potenzialmente in grado di ospitare la vita erano solo un pugno: almeno 5, tra circa 20 candidati, ospitati principalmente da sole tre stelle: Proxima Centauri, che è la più vicina al Sole, Trappist-1 e LHS1140. Queste tre stelle si trovano a distanze comprese tra 4 e 40 anni luce.


C'è da evidenziare, come ho già fatto in diversi articoli sul web e nel mio primo libro (Il lato oscuro della Luna), che tutte e 3 queste stelle sono nane rosse, particolare non da poco se si vuole ipotizzare l'esistenza della vita e il possibile aspetto di eventuali creature intelligenti.

Secondo gli astronomi i pianeti che orbitano attorno a queste tre stelle erano ritenuti i più interessanti fra quelli potenzialmente abitabili scoperti fino allora, perché sono più vicini a noi.


Tanto per fare un esempio, la stella Trappist-1, che è a 40 anni luce, ospita ben 7 fratelli della Terra, di cui almeno 3 nella cosiddetta zona abitabile, ossia la regione intorno a una stella dove le temperature sono tali da permettere l'esistenza dell'acqua liquida. Ma il più interessante di tutti i pianeti potenzialmente in grado di ospitare forme di vita sembrava essere LHS 1140b, perché la sua stella è più brillante di Trappist 1 e questo ci permette di studiarlo meglio mentre passa davanti al disco del suo astro. Anche Proxima b, il pianeta ospitato dalla vicina di casa del Sole, è molto interessante ma ha un problema: dalla Terra non è possibile osservarlo mentre eclissa la sua stella. Per superare questo limite, si sta provando a studiarlo con altre tecniche, come l'osservazione diretta, combinata ad altre che puntano a studiare la luce della stella per cercare quella riflessa dal pianeta. L'interpretazione di questo segnale potrà fornire indicazioni sulla composizione dell'atmosfera del pianeta.


L'obiettivo degli astronomi è, infatti, studiare le atmosfere di questi mondi alieni: per ospitare forme di vita, la loro atmosfera dovrebbe contenere ossigeno, vapore acqueo e ozono, più altri gas come metano e anidride carbonica.

Questo secondo la visione tradizionale della ricerca, tuttavia, sempre come ho avuto modo di evidenziare, oggi abbiamo certezza che può esistere vita anche in assenza di ossigeno o acqua, almeno nelle sue forme più elementari.

Oggi, alla lista si è aggiunta una nuova candidata.


L’osservatorio del Calar Alto, situato a oltre 2.000 metri nella provincia spagnola dell’Andalusia, ospita un telescopio ottico con uno specchio di 3 metri e mezzo, il più grande dell’Europa continentale.

Dal 2016 su questo telescopio è stato installato un doppio spettrografo ad alta risoluzione. Chiamato Carmenes, lo spettrografo è stato progettato per rilevare esopianeti con massa con massa comparabile a quella terrestre, situati intorno a stelle di piccola taglia come le nane rosse.


Dopo 3 anni e 245 singole osservazioni spettroscopiche, è arrivato il primo risultato importante: scoperti due mondi potenzialmente abitabili nell’orbita di Teegarden, una delle stelle più vicine a noi.

Situata a 12.5 anni luce dal Sistema solare, la stella deve il suo nome a Bonnard J. Teegarden, astrofisico della Nasa che la scoprì nel 2003 mentre cercava asteroidi potenzialmente pericolosi. Il motivo per cui non era conosciuta prima è che si tratta di una stella nana rossa, una delle più piccole conosciute, con una temperatura superficiale di soli 2.700° (rispetto ai 5.500° del Sole), possiede un decimo della massa solare ed è 1.500 volte meno brillante.


La scoperta è stata illustrata nello studio del consorzio Carmenes, pubblicato sulla rivista Astronomy & Atrophysics e coordinato dall’Università tedesca di Gottinga.

Le prime osservazioni per determinare il moto della stella avevano da subito evidenziato delle “oscillazioni” sintomatiche della presenza di pianeti in orbita.

Ora, grazie a centinaia di misurazioni dell’effetto Doppler causato da quei piccoli sobbalzi, sono stati identificati due pianeti assimilabili ai pianeti rocciosi del Sistema solare.

I pianeti scoperti sono stati denominati Teegarden b e c.


Il pianeta più interno, denominato Teegarden b, ha una massa simile a quella della Terra e orbita attorno alla stella ogni 4,9 giorni a circa il 2.5 per cento della distanza Terra-Sole. Anche quello più esterno, Teegarden c, è simile alla Terra in termini di massa; completa la sua orbita in 11.4 giorni e si trova al 4.5 per cento della distanza Terra-Sole.

Non è la prima volta ovviamente che vengono scoperti pianeti extrasolari.

Al momento (26/6/2019) ne sono stati scoperti 4.091, suddivisi in 3.049 sistemi planetari singoli e 663 sistemi multipli.


Tuttavia questa volta le cose sono diverse. L’importanza della scoperta dei pianeti Teegarden b e C è molteplice. Non solo perché i due nuovi pianeti scoperti hanno con masse simili a quelle della Terra, ma anche perché entrambi i pianeti si trovano nella cosiddetta fascia di abitabilità, cioè hanno la giusta distanza dalla propria stella per avere una temperatura che permette la presenza dell’acqua in forma liquida sulla loro superficie.


E se anche questo non è un inedito assoluto, lo è invece il fatto che il pianeta più interno (Teegarden b) ha un indice Esi (Earth Similarity Index) pari a Esi=0.95 (Esi=1 corrisponde alla Terra) cioè, in parole povere, è pressoché delle stesse dimensioni della Terra. Ciò fa sì che Teegarden b salga di diritto al primo posto nella lista dei pianeti extrasolari potenzialmente abitabili.

C’è infine da aggiungere che la Stella di Teegarden si trova relativamente molto vicina al nostro Sistema solare, cioè ad appena 12.5 anni luce di distanza. La Stella di Teegarden è infatti, la ventiquattresima stella più vicina al Sistema solare ed è una delle più piccole nane rosse conosciute dagli astronomi. Sebbene sia molto vicina, questa stella è molto debole e ha una massa molto più piccola (circa 10 volte) rispetto al Sole.

Ciò costituisce un grande vantaggio per gli astronomi “cacciatori di pianeti”, perché l’effetto gravitazionale dei pianeti di taglia terrestre in orbita intorno alle stelle di piccola massa è molto più facile da rivelare rispetto al caso di stelle di taglia più grande, come il Sole. Tuttavia, come detto, ci sono voluti 245 spettri e 3 anni di osservazioni per riuscire a determinare correttamente i segnali dei due pianeti.




L’obiettivo futuro è quello di osservare direttamente questi due pianeti con telescopi di prossima generazione, come l’E-ELT (European-Extremely Large Telescope) dell’Osservatorio Europeo Meridionale (Eso), e il TMT (Thirty Meter Telescope) americano.

Con questi nuovi occhi potremo, ad esempio, capire se hanno un’atmosfera, in cui poi cercare eventuali segni di presenza di molecole legate alla vita extrasolare, in attesa di avere buone notizie dalla ricerca di vita extraterrestre nei corpi del nostro sistema solare.


Autore Testo: Stefano Nasetti

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