I meccanismi delle attività cerebrali (Parte 1)



Molte sono le ricerche pubblicate negli ultimi mesi relative sia alla comprensione dei meccanismi che regolano ciascuna delle operazioni automatiche che il cervello compie soprattutto nella fase d’incoscienza, sia relative alle tecniche e le tecnologie in grado di influenzare e condizionare in modo concreto e profondo, queste attività.

Anche in questo caso è necessario procedere per gradi, facendo innanzitutto il punto della situazione riguardo le conoscenze scientifiche sul funzionamento di questi meccanismi.


Cominciamo subito con il sottolineare che, l’evoluzione Darwiniana sembra non poter essere applicata all’uomo e ciò emerge in modo molto evidente, soprattutto quando parliamo del cervello.

Oltre ai già noti geni HAR1 (che svolge un ruolo cruciale nello sviluppo avanzato del cervello umano), FOXP2 (responsabile da solo dello sviluppo linguistico) e DUF 1220 (responsabile della crescita del cervello ed alle sue conseguenti potenzialità), geni esclusivi dell’odierna specie del genere umano (Homo sapiens) quindi non presenti negli altri ominidi (di cui ho anche dimostrato la possibilità scientifica e tecnologica legata ad un loro “voluto inserimento” nel nostro codice genetico), recentemente sono stati individuati altri geni che hanno contribuito all’attuale capacità intellettiva umana.


Il primo tra questi è denominato ARHGAP11B. La notizia della scoperta, avvenuta per merito del gruppo di ricerca tedesco guidato d Wieland Huttner e del quale fa parte l'italiana Marta Florio, dell'Istituto Max Planck di Dresda, è stata data dalla rivista Scienze nel Febbraio del 2015.

Si tratta di uno dei geni che “disegnano” la corteccia cerebrale dell'uomo, lo strato più esterno del cervello evolutivamente recente, dove nascono le nostre capacità cognitive: è un gene che esiste solo nell'uomo ed è il gene che fa aumentare il numero di cellule della corteccia. Una delle caratteristiche principali del cervello umano, condivisa solo da pochissimi mammiferi, è, infatti, la presenza di una grande quantità di cellule che formano lo strato più esterno del cervello, la corteccia. La presenza di questo gene fa sì che le cellule siano così numerose nell'uomo da doversi “accartocciare” formando la tipica superficie “rugosa” che, come già evidenziato nel racconto legato all’analisi del cervello di Einstein, contribuisce a generare un numero maggiore di sinapsi e di percorsi neurali.


Un’altra recente scoperta ha riguardato non un gene ma una proteina presente anche in altri mammiferi, ma che nell’uomo sembra, combinata con i geni unici di cui ho fatto menzione sopra, aver dato un contributo essenziale per la crescita della massa celebrale.

Questo almeno è ciò che emerge dallo studio condotto dai ricercatori guidati da Benjamin Blencowe dell'università di Toronto, descritto sulla rivista Science.


Infatti, è stato riscontrato che le dimensioni e complessità del cervello tra i vertebrati variano, infatti, di parecchio, pur avendo lo stesso set di geni. Il merito è tutto della proteina PTBP1, già nota da tempo, ma di cui solo ora si è capito il ruolo. Nel corso dell'evoluzione questa proteina nei mammiferi ha perso un pezzo, diventando più corta. Un cambiamento che le ha consentito di diventare l'attore principale del cosiddetto “splicing alternativo”, un processo molto importante per la produzione delle proteine e degli organi nel corpo.

Lo splicing alternativo è un meccanismo per cui i frammenti dei geni vengono assemblati e mischiati creando così un numero molto grande di proteine, tra loro diverse, superiore a quello dei geni

È per questo che noi, come tutti gli altri mammiferi, abbiamo molte più proteine di quanti sono i nostri geni.

Lo splicing alternativo è presente anche nelle piante e negli anfibi, ma in misura minore rispetto ai mammiferi. Nelle piante il 60% dei geni è soggetto a splicing alternativo, mentre nell'uomo, e solo nell’uomo, ben il 95%.


Come dicevo all’inizio, le evidenze scientifiche sopra citate, dimostrano che è estremamente improbabile che tutte queste mutazioni genetiche siano frutto di una contemporanea e casuale mutazione genetica.

Questa non è solo una considerazione di carattere personale, è anzi un’idea che viene proprio dal mondo scientifico e accademico tradizionale.

Ad esempio “…. Il naturalista gallese Alfred Russell Wallace (1853-1913) nonostante fosse sicuro che la selezione naturale avesse giocato, e giocasse ancora un ruolo chiave nell'evoluzione degli organismi viventi, non si sentì mai di estendere tale meccanismo materialistico allo sviluppo delle facoltà intellettive e morali dell'uomo….

A differenza di Darwin dunque, non credeva che questi cambiamenti evolutivi fossero casuali, ma che fossero invece voluti da questa intelligenza creativa….”, ed ancora “Nel libro “la scimmia nuda” pubblicato nel 1967, lo zoologo inglese Desmond Morris mise in forte dubbio le teorie dell’evoluzione sostenuta da Darwin…..” applicate all’uomo.

Infine “…..C’è uno scienziato “tradizionale” che crede in questa seconda ipotesi: si tratta del genetista britannico Francis Crick, noto ai più per la sua collaborazione con l’altro famoso scienziato James Watson con il quale nel 1953, scoprì la struttura del DNA umano, scoperta che dieci anni più tardi gli fece assegnare il premio Nobel.

Già nel 1960, Crick divenne un sostenitore della teoria della panspermia, portandola su un nuovo livello: la panspermia guidata…..” , teoria nella quale si sosteneva, di fatto, un intervento extraterrestre nella creazione della vita e nel suo sviluppo.

Un altro aspetto interessante che vale la pena menzionare, è quello che tutte queste caratteristiche particolari che rendono l’essere umano così “speciale”, fanno sì che ogni cervello abbia una propria impronta digitale che lo rende unico e riconoscibile.



La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience nell’Ottobre del 2015, arriva dall'università americana di Yale. La ricerca condotta dai ricercatori coordinati da Emily Finn, si basa sulla ricostruzione della complicatissima rete delle connessioni tra le cellule nervose, chiamata ''connettoma'', reso possibile grazie ai dati relativi a 126 individui coinvolti nel Progetto Connettoma Umano.

Su questa base i ricercatori hanno dimostrato che per identificare con sicurezza l'identità di un cervello sono necessarie poche immagini dell'attività cerebrale, ottenute sia a riposo sia durante l'esecuzione di esercizi di tipo diverso, da quelli linguistici a quelli di memorizzazione.

 Oltre a distinguere un cervello da un altro cervello, la ricerca indica che la stessa rete di connessioni permette di saperne di più sulla capacità di un individuo di pensare in modo logico e di risolvere problemi nell'ambito di situazioni nuove.

La questione è estremamente interessante se si pensa ai possibili sviluppi che questa scoperta può determinare, anche sulla base del futuro utilizzo di questo di parametro biologico, nell’ambito dell’identificazione univoca di un individuo, grazie all’utilizzo di tecnologie basate sui parametri biometrici di cui ho trattato anche in precedenti post.


Fatta questa a doverosa puntualizzazione, entriamo ora nel merito di quanto la scienza ufficiale ha oggi compreso, almeno ufficialmente fino a questo momento, circa i meccanismi che operano nel cervello.

Diciamo innanzitutto che il nostro cervello è come un hard disk dalla memoria ampia ma limitata. Per tale motivo è sempre attivo un meccanismo di “pulizia” che si attiva in automatico per cancellare ricordi considerati “inutili” e far spazio a nuovi ricordi.


Questo è quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications nel Marzo del 2016, dal gruppo di ricerca internazionale coordinato da Cornelius T. Gross, del Laboratorio europeo di biologia molecolare (Embl) di Monterotondo, vicino Roma.


In particolare lo studio ha evidenziato che, sulla regione del cervello dell'ippocampo dove ha sede la memoria, le informazioni vi arrivano attraverso tre circuiti neurali, tre percorsi neurali. Quello principale è fondamentale nella formazione della memoria: se viene bloccata durante la fase dell'apprendimento, impedisce l'immagazzinamento di nuovi ricordi. Ci sono poi altri due percorsi secondari: uno serve a recuperare le informazioni già immagazzinate nella memoria, mentre l'altro si attiva per indebolire e cancellare la memoria del ricordo appena formato lungo il circuito principale.

Questo meccanismo di “pulizia” in futuro potrebbe essere potenziato, secondo quanto affermato dai ricercatori, grazie ai farmaci, per eliminare dalla memoria i ricordi associati ad eventi traumatici (sottolineo questo punto perché è particolarmente interessante perché potrebbe avere un’interessante correlazione con i racconti di abduction alieni, in cui si è soliti riscontrare una parziale e voluta cancellazione della memoria a seguito proprio a seguito di ricordi “traumatici”).


Sebbene possa sembrare un traguardo ambizioso, la ricerca sul cervello in atto in tutto il mondo procede spedita.

Nel maggio del 2016, sulla rivista Neuron, è stato pubblicato uno studio condotto fra Stati Uniti e Germania, con il coordinamento di Università di Bonn e Centro tedesco per lo studio delle malattie neurodegenerative (Dzne), in collaborazione con le università californiane di Palo Alto e Los Angeles.


Studiando la struttura del cervello chiamata ippocampo, in cui è localizzata la centralina della memoria (luogo dove nuovi ricordi arrivano e sono immagazzinati e altri devono essere recuperati), i ricercatori hanno individuato la sostanza responsabile di tale attività di archiviazione. La sostanza specializzata nel favorire la comunicazione tra le cellule nervose, un neurotrasmettitore chiamato acetilcolina.

I ricercatori dunque, non solo sono riusciti ad identificare quello che potremmo definire “l’archivista della memoria” ma sono riusciti anche a condurre con successo esperimenti nei quali hanno fatto produrre alle cellule neuronali (geneticamente modificate) l’acetilcolina a comando, attivandone o interrompendone la produzione grazie ad impulsi luminosi (informazione da ricordare).


Infine, un altro studio ha evidenziato il ruolo fondamentale che il sonno ricopre nel consolidamento della memoria delle informazioni apprese durante la fase di coscienza.

Lo studio pubblicato sulla rivista Science nel mese di Maggio del 2016, per opera del gruppo coordinato da Masanori Murayama, dell'istituto giapponese Riken, ha evidenziato come esista un meccanismo che attiva la memoria mentre si dorme e che può essere manipolato per evitare o potenziare la formazione di ricordi di lungo periodo. I ricercatori hanno individuato il circuito nervoso grazie al quale i ricordi si consolidano durante la fase del sonno profondo.


Insomma la scienza ci sta dicendo che è possibile influire direttamente sul cervello e nei meccanismi della mente, e per farlo è sufficiente comprendere con esattezza quando (se nella fase di coscienza o incoscienza) e quali neuroni andare a stimolare. La possibilità tecnologica di fare questo potrebbe essere (almeno ufficialmente) soltanto legata alla comprensione dei meccanismi del cervello.



Autore Testo: Stefano Nasetti


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