Gli untori della Luna



Fin da quando l’uomo ha “messo il naso” fuori dall’atmosfera terrestre, si è posto il problema di disciplinare la sua attività spaziale.


Il dibattito aveva inizialmente coinvolto soltanto i paesi (in particolar modo USA e URSS) in quel momento interessati a questo tipo di attività, poiché disponevano di un’adeguata, se pur primitiva, tecnologia.


Poiché lo spazio e le annesse attività sembravano poter essere già a portata di mano, nel 1958 era stato fondato il Committee on Space Research (COSPAR).

Tra gli obiettivi principali del COSPAR vi erano e vi sono ancora (l’organismo è tuttora esistente e organizza ogni due anni dei simposi a cui partecipano oltre un migliaio di ricercatori spaziali) la promozione della ricerca scientifica nello spazio a livello internazionale, con particolare attenzione al libero scambio di risultati, informazioni e opinioni e la creazione di un forum, aperto a tutti gli scienziati, per la discussione di problemi che possono influire sulla ricerca spaziale.


Il COSPAR era anche l’organismo designato per risolvere le questioni riguardanti la protezione planetaria e, grazie agli sforzi dei suoi membri, fu poi firmato, nel 1967, il Trattato sullo spazio-extra atmosferico (l’Outer Space Treaty) che, di fatto, andava a riassumere vari trattati dell’Onu sulle attività extraplanetarie in precedenza firmati dagli stati aderenti.

Tra i principali obiettivi del trattato c’era quello di porre, tra gli altri, il divieto agli stati firmatari di collocare armi di distruzione di massa nell’orbita terrestre, sulla Luna e su altri corpi celesti.


I Paesi parti del trattato (cioè che l’hanno firmato e ratificato) sono a oggi (Agosto 2019) 109, tra cui ovviamente tutti quelli che a oggi hanno compiuto missioni lunari (USA, Russia/ URSS, Cina, India, tutti gli stati  membri che partecipano ai programmi dell’ESA - l’agenzia spaziale europea e Israele), mentre altri 23 hanno firmato il trattato ma hanno completato la ratifica.


Da allora il quadro giuridico di fondo sul piano del diritto internazionale è rimasto sostanzialmente inalterato poiché, il successivo e specifico trattato sulla Luna (Moon Treaty) del 1979 è stato un insuccesso.

Infatti, dalla sua stipula nel 1979 il Moon Treaty non è stato ratificato da nessuno stato che s’impegna nell'esplorazione dello spazio con equipaggio autonomo o ha in programma di farlo (gli Stati Uniti, la maggior parte degli Stati membri dell'Agenzia spaziale europea, Russia e l’ex Unione Sovietica, Repubblica Popolare Cinese e Giappone).

Ha quindi un effetto trascurabile sul volo spaziale reale.


Fino ad Agosto 2019, solo diciotto Stati sono parti effettive del Moon Teatri (Armenia, Australia, Austria, Belgio, Cile, Kazakistan, Kuwait, Libano, Marocco, Olanda, Pakistan, Perù, Filippine, Arabia Saudita, Turchia, Uruguay, Venezuela), mentre altri 4 (Francia, Guatemala, India e Romania) l’hanno solo firmato ma non ratificato.


Possiamo dire quindi, che oggi la Luna è disciplinata essenzialmente dal trattato del ’67: è considerata un ambiente aperto all’uso di tutti gli Stati e dagli attori privati con l’autorizzazione rilasciata dagli Stati.

Come gli altri corpi celesti non è appropriabile, ed è quindi un luogo dove possono essere realizzate diverse attività.


Tra i 17 articoli che compongono l’Outer Space Treaty del 1967, due sono i punti che sono particolarmente interessanti nella trattazione del tema oggetto di quest’articolo.


Il punto VI del trattato recita così: “Gli Stati parti del trattato hanno la responsabilità internazionale delle attività nazionali nello spazio, compresa la luna e altri corpi celesti, indipendentemente dal fatto che tali attività siano svolte da agenzie governative o da entità non governative e per assicurare che le attività nazionali siano svolte in conformità alle disposizioni previste dal presente trattato.

Le attività di entità non governative nello spazio cosmico, inclusa la luna e altri corpi celesti, dovranno essere autorizzate e sottoposte a continua supervisione da parte dello Stato Parte appropriato del Trattato.

Quando le attività sono svolte nello spazio, compresa la luna e altri corpi celesti, da un'organizzazione internazionale, la responsabilità per l'osservanza del presente Trattato è a carico sia dell'organizzazione internazionale sia degli Stati Parte del Trattato che partecipano a tale organizzazione.”


L’articolo IX specifica inoltre che “Nell'esplorazione e nell'uso dello spazio esterno, compresa la luna e altri corpi celesti, gli Stati parti del Trattato saranno guidati dal principio di cooperazione e assistenza reciproca e condurranno tutte le loro attività nello spazio, compresa la luna e altri organi celesti, nel dovuto rispetto degli interessi corrispondenti di tutti gli altri Stati parti del trattato.

Gli Stati parti del trattato proseguiranno gli studi sullo spazio esterno, compresa la luna e altri corpi celesti, e condurranno l'esplorazione di essi in modo da evitare la loro contaminazione dannosa e anche i cambiamenti avversi nell'ambiente della Terra derivanti dall'introduzione di materia extraterrestre e, se necessario, adotta le misure appropriate a tal fine. Se uno Stato Parte al Trattato ha motivo di credere che un'attività o un esperimento pianificato da esso o dai suoi cittadini nello spazio, compresa la luna e altri corpi celesti, provocherebbe interferenze potenzialmente dannose con le attività di altri Stati Parte nell'esplorazione pacifica e uso dello spazio, compresa la luna e altri corpi celesti, deve intraprendere appropriate consultazioni internazionali prima di procedere con tali attività o esperimenti.

Uno Stato Parte del Trattato che abbia motivo di ritenere che un'attività o un esperimento pianificato da un altro Stato Parte nello spazio cosmico, compresa la luna e altri corpi celesti, provocherebbe interferenze potenzialmente dannose con attività di esplorazione pacifica e uso dello spazio cosmico, tra cui la luna e altri corpi celesti, può richiedere una consultazione relativa all'attività o all'esperimento.”


Nel rispetto dell’articolo IX quindi, fin dall’inizio tutti i Paesi che hanno intrapreso missioni di esplorazione spaziale hanno applicato rigidi protocolli per la sterilizzazione delle sonde e dei materiali, in particolar modo di quelli destinati a entrare in contatto con le atmosfere o il suolo degli altri corpi celesti.

L’hanno fatto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante la corsa allo spazio degli anni ’60, l’hanno continuato a fare gli Stati Uniti e Russia durante le successive missioni di esplorazione spaziale verso Venere, Marte e gli altri corpi celesti del nostro sistema solare, così come l’hanno fatto più recentemente l’Agenzia Spaziale Europea, l’India e la Cina. L’hanno fatto anche quando hanno portato materiale biologico (piante animali ecc) sull’ISS o sulle altre stazioni spaziali orbitali.


Tutti si sono attenuti scrupolosamente a quanto previsto, accettato e sottoscritto con il trattato del ’67. Nessuno si è mai permesso, non ha mai azzardato o rischiato di portare con sé materiale biologico oltre l’orbita terrestre se non dopo essersi accertato di essere in grado di garantire la sicurezza dei materiali per ridurre al minimo i rischi di contaminazione.


Gli Stati Uniti hanno portato materiale biologico sulla Luna soltanto dalla missione Apollo 12 in poi. Tuttavia già dalla missione Apollo 11 hanno lasciato contenitori ermeticamente sigillati con dentro sacche, anch’esse sigillate, contenenti le feci degli astronauti (in tutto si contano circa 100 sacche di feci lasciate sul suolo lunare durante le missioni Apollo).

Il deliberato abbandono di tale materiale biologico è avvenuto in modo ponderato, con lo scopo di poter avere un maggior peso disponibile per riportare sulla Terra campioni di rocce lunari. Il rischio di contaminazione, minimizzato al massimo, è dunque avvenuto con il consenso della comunità internazionale (e dunque nel rispetto del trattato del ’67).


La Cina ha recentemente inviato sul suolo del lato oscuro della Luna, la sonda Chang’e-4 che ha portato con sé esperimenti scientifici e materiale biologico.

A bordo della sonda vi erano patate, semi di Arabidopsis uova di bachi da seta.

Sotto gli occhi vigili di microcamere installate nei contenitori ermeticamente sigillati, l’esperimento prevedeva che le uova si sarebbero dovute schiudere, dando vita ai bachi da seta che avrebbero poi prodotto anidride carbonica, mentre le patate e i semi avrebbero emesso ossigeno attraverso la fotosintesi.

L’intenzione degli scienziati cinesi era quella di provare a creare un semplice ecosistema, comunque isolato dall’ambiente esterno, sul nostro satellite naturale.

Anche la Cina dunque, si è permessa di portare materiale biologico solo dopo che, prima nel 2007 e nel 2010 con le missioni Chang’e-1 e Chang’e-2, si era dimostrata in grado di raggiungere con successo l’orbita lunare, per poi allunare nel 2013 con la missione Chang’e-3.


In questo nostro mondo, c’è però chi forse, dall’alto della sua presunzione e arroganza, si sente migliore di altri e pensa di potersi arrogare il potere di calpestare i diritti degli altri, in barba ai trattati internazionali che anch’esso ha sottoscritto.

A cosa mi riferisco?


Lo scorso mese di Aprile (2019), la sonda Beresheet (che in lingua ebraica significa “In principio”, con chiaro riferimento al primo capitolo della Genesi contenuto nella Bibbia) della compagnia israeliana SpaceIL ha tentato, fallendo l’allunaggio.

Nell’articolo “Sionisti sulla Luna” ironizzavo sul tentativo di allunaggio della sonda israeliana e sullo spirito che ha animato l’impresa.


La compagnia israeliana SpaceIL infatti, è stata fondata nel 2011 per partecipare al Google Lunar XPrize, competizione internazionale che puntava a premiare il primo team privato in grado di far atterrare con successo un veicolo spaziale senza equipaggio sulla Luna.

La prima squadra a fare questo avrebbe vinto il primo premio da 20 milioni di dollari.

Il secondo posto avrebbe guadagnato 5 milioni e altri 5 milioni erano disponibili per vari risultati speciali, portando il montepremi totale a 30 milioni di dollari.

Nonostante la competizione si fosse conclusa con nessun vincitore circa un anno prima (nel marzo del 2018) la compagnia privata israeliana, che aveva ricevuto cospicui finanziamenti da parte di facoltosi sionisti di tutto il mondo per un ammontare complessivo di quasi 100.000.000 di dollari, aveva proseguito il progetto che, nel frattempo sponsorizzato, non solo economicamente, anche dall’Agenzia Spaziale Israeliana (ISA) e da altre industrie israeliane come l’Industrie Aerospaziali Israeliane (Iai), si era trasformato da semplice competizione “ludico-scientifica” a vero e proprio strumento di propaganda per lo stato di Sion, intenzionato a diventare il quarto Paese a far arrivare un proprio mezzo sulla Luna, e il primo veicolo privato in assoluto a farlo.


Il lander trasportava un'unica apparecchiatura “scientifica” cioè un retroriflettore laser, un dispositivo composto da una serie di specchi che non richiede alimentazione, e che può (o meglio sarebbe potuto) essere utilizzato per le comunicazioni spazio-terra tramite Deep Space Network (DSN) della NASA, che aveva fornito l’apparecchiatura.

Oltre al DNS, l’unico carico non scientifico trasportato dalla sonda israeliana, secondo quanto dichiarato da SpaceIL e dall’Agenzia Spaziale Israeliana che collaborava alla missione, sarebbe dovuto essere una sorta di capsula del tempo. All’interno della stessa doveva esser presente un enorme database, noto come Arch Lunar Library, un progetto della fondazione statunitense di Arch Mission.


Arch Mission Foundation è un'organizzazione senza scopo di lucro il cui obiettivo è quello di creare archivi di tutta la conoscenza umana che possano durare milioni, se non miliardi, di anni e di seminarli sulla Terra e in tutto il sistema solare a beneficio delle generazioni future.

L’Arch Mission Foundation vorrebbe anche costruire una biblioteca permanente sulla Luna e su Marte e ritiene che il miglior modo per conservare la conoscenza sia mantenerla analogica e non digitale, perché se si perde o non si dovesse più disporre di quella specifica tecnologica con cui estrarre e “leggere” i dati, questi sarebbero persi per sempre.


Ma l'archiviazione analogica occupa molto spazio. Quindi l'invio di gran parte della conoscenza umana nello spazio richiederà molta compressione.

Per fare questo, il cofondatore (assieme a Nick Slavin) dell’associazione no-profit statunitense Novac Spivack ha sfruttato le conoscenze di Bruce Ha, uno scienziato che ha sviluppato una tecnica per incidere immagini ad alta risoluzione su scala nanometrica.

Il sistema di memorizzazione di dati ottici laser 5D in quarzo, secondo quanto riferito dall’associazione, consente di ottenere immagini che rimarranno leggibili fino a 14 miliardi di anni, può resiste alle radiazioni cosmiche a temperature fino a 1.000 ° C.

Il sistema usa il laser per incidere un'immagine nel vetro e quindi deposita nichel, atomo per atomo, in uno strato sovrastante. Le immagini impresse nel film di nichel così ottenuto sembrano olografiche, e possono essere visualizzate utilizzando un semplice microscopio con ingrandimento di 1000x, una tecnologia semplicissima e disponibile da centinaia di anni.


La biblioteca caricata su Beresheet avrebbe dovuto essere composta da 25 strati di nichel, ciascuno con uno spessore di pochi micron. I primi quattro livelli avrebbero dovuto contenere circa 60.000 immagini ad alta risoluzione di pagine di libri, dizionari diversi e enciclopedie, file digitali che contengono informazioni sul veicolo, canzoni ebraiche, opere d'arte create da bambini israeliani e una foto di Ilan Ramon, il primo e unico astronauta di Israele morto nella tragedia dello Shuttle Columbia, esploso durante il rientro sulla Terra il 1 febbraio 2003, oltre all’immancabile copia dell’Antico Testamento biblico.

Tutte queste informazioni, compresa l’intera copia della Bibbia ebraica e persino i segreti dei trucchi magici di David Copperfield, erano state incise a laser su tre monete, ciascuna delle dimensioni di una moneta da 2 euro.


Niente materiale biologico quindi, come buon senso avrebbe consigliato, essendo un primo tentativo non solo di una compagnia privata che mai era andata oltre l’orbita terrestre, ma anche delle agenzie israeliane che mai si erano spinte fino alla Luna, non avevano mai costruito un lander e mai avevano tentato un “atterraggio” su un altro corpo celeste.


Nel terminare l’articolo in cui parlavo di questa missione e dell’imminente tentativo di allunaggio che sarebbe avvenuto da lì a poche ore, terminavo, quasi profetico, con queste parole: “Nell’attesa di vedere se la sonda israeliana riuscirà o no a completare la sua missione, vogliamo augurarci che la compagnia privata abbia, al pari delle altre agenzie spaziali governative, rispettato i rigidi protocolli di sterilizzazione della sonda. Questo per evitare che la “vita terrestre” giunga lì fortuitamente (processo noto in astrobiologia con il nome di "forward contamination"). Se così non fosse, ci sentiamo di mandare un sentito messaggio di solidarietà a eventuali seleniti, dicendogli: “Ci dispiace, la maggioranza dell’umanità non voleva contaminare la Luna”.


All’indomani, fallito l’allunaggio (Beresheet si è schiantata al suolo durante la fase di discesa a causa del malfunzionamento del motore, come ho comunicato in calce nell’aggiornamento dell’11/4/2019 dell’articolo in sopra citato), la compagnia SpaceIL e le altre agenzie spaziali coinvolte, si erano limitate a fornire solo dettagli circa i motivi del fallimento.


Un giroscopio dell'Unità di misura inerziale (IMU2) non ha funzionato durante la procedura di frenata in avvicinamento al sito di atterraggio. L’'equipaggio di controllo a terra non è stato in grado di ripristinarne il funzionamento a causa di un'improvvisa perdita di comunicazioni con la rete di controllo. Al momento del ripristino delle comunicazioni, il motore principale dell'imbarcazione era già inattivo da diversi fatali secondi.

Quando il motore è stato riportato in linea dopo un riavvio a livello di sistema, la sonda israeliana aveva già perso troppa altitudine per rallentare sufficientemente la sua discesa.

La lettura finale della telemetria indicava che a un'altitudine di 150 metri Beresheet stava ancora viaggiando a oltre 500 chilometri l’ora. A quella velocità l’impatto con la superficie lunare è stato inevitabile. I rottami di Beresheet si trovano ora a pochi chilometri di distanza dagli storici siti dove sono ancora presenti i resti di Apollo 15 e Apollo 17.



Sembrava dunque essersi conclusa nel modo peggiore, l’ambizioso tentativo di far entrare Israele nel novero delle “Nazioni spaziali” in grado di raggiungere il suolo di un altro corpo celeste. Poco male, quello di Israele poteva quindi essere archiviato assieme agli innumerevoli fallimenti che hanno costellato la storia dell’esplorazione spaziale umana, e che hanno visto incorrere in situazioni simili diverse nazioni dagli Stati Uniti alla Russia, passando per l’Unione Europea (con il recente fallimento della missione Exomars e lo schianto del lander Schiaparelli su Marte).


Le settimane successive il Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA ha sorvolato la zona in cui Beresheet ha terminato fragorosamente la sua missione e ha scattato foto della superficie lunare.



Una volta confrontate le foto con quelle della stessa area, ma precedenti lo schianto, è subito emersa una debole linea più leggera nella regolite lunare, che porta a un alone più chiaro che circonda un cratere scuro. Un piccolo “nodulo” è visibile alla testa del cratere di fronte alla linea. L'alone leggero può essere un gas associato al relitto della sonda o particelle di regolite particolarmente fini, spazzate verso l'esterno dall'impatto.  Insomma, di Beresheet e del suo carico di “conoscenza” non rimanevano che rottami!


Soltanto quattro mesi dopo, il 6 Agosto (2019), attraverso un tweet pubblicato dall’account ufficiale dell’Arch Mission Foundation, che diffonde un’intervista rilasciata da Novac Spivack alla rivista Wired, si viene a conoscenza che la sonda israeliana aveva a bordo anche un carico biologico.


Secondo quanto riferito nell’intervista a Wired, Spivack aveva pianificato di inviare campioni di DNA sulla Luna inserendolo in future versioni della biblioteca lunare, non in questa missione che rappresentava certamente un’incognita, considerata l’inesperienza della società e delle agenzie spaziali che l’avevano approntata. Ma poche settimane prima che la statunitense Arch Mission Foundation consegnasse la biblioteca lunare agli israeliani, e contro ogni buonsenso, Spivack ha deciso comunque di includere del DNA e altro materiale biologico nel carico utile. Dobbiamo ragionevolmente pensare che si sia consultato con i responsabili di SpaceIL e con l’Agenzia Spaziale Israeliana giacché proprietari e responsabili (assieme allo Stato di Israele secondo quanto disposto dal trattato del 1967) e che, quindi, la decisione di includere materiale biologico sia stata presa di comune accordo tra questi soggetti. Purtroppo, come spesso accade anche sulla Terra, il binomio sion-americano porta sovente a infauste situazioni.



Spivack ha così ordinato di aggiungere un sottile strato di resina epossidica tra ogni strato di nichel (un equivalente sintetico dell’ambra, la resina fossilizzata degli alberi che consente la conservazione degli antichi insetti). Nella resina hanno nascosto i follicoli piliferi, un suo campione sangue e quello di altre 24 persone che, secondo lui, rappresentano una sezione genetica umana di origine diversa, oltre ad alcuni tardigradi disidratati e altri campioni biologici provenienti da importanti siti sacri, come l'albero di Bodhi in India.

Come se non bastasse, alcune migliaia di tardigradi disidratati extra sono stati sistemati anche sul nastro adesivo utilizzato per imballare e proteggere il prezioso carico.

Secondo quanto riferito dallo stesso Spivack, l’intenzione era di rianimare in un futuro, i tardigradi.


È noto infatti, che i tardigradi, esseri minuscoli, presentano caratteristiche di resistenza a dir poco eccezionali. Sono praticamente indistruttibili quando entrano in uno stato speciale chiamato criptobiosi o anidrobiosi. In questo stato, ritraggono le gambe ed espellono tutta l'umidità dai loro corpi, preservandoli.

La scoperta dell’esistenza dei tardigradi è alquanto particolare e merita una piccola digressione.


Nel 1983, un gruppo di scienziati giapponesi in un viaggio attraverso l'Antartide s’imbatté in un mucchio di muschio che ospitava una strana, strana creatura.


Quel ciuffetto di muschio ospitava i tardigradi, animali lunghi un millimetro che assomigliavano a orsacchiotti incrociati con bruchi. I tardigradi (chiamati anche "orsi d'acqua") e il muschio in cui erano stati trovati, furono avvolti in carta, posti in buste di plastica e chiusi in un congelatore di -4 gradi Fahrenheit. Lì rimasero congelati e dimenticati per più di 30 anni.

Quando gli scienziati hanno scongelato i tardigradi nel 2014, gli animali microscopici non erano morti ma si svegliarono e si misero a rosicchiare il muschio come se nulla fosse successo, riuscendo, nelle settimane, successive anche a riprodursi.


Appresa questa straordinaria capacità di sopravvivenza e adattamento, gli scienziati continuarono a studiare i tardigradi, scoprendo che sono in grado di sopravvivere praticamente ovunque. I tardigradi vivono nell'oceano e nel suolo di ogni continente, in ogni clima e in ogni latitudine. La loro estrema resilienza ha permesso loro di conquistare l'intero pianeta.

In condizioni calde, rilasciano proteine ​​di shock termico, che impediscono alle altre proteine del loro corpo ​​di deformarsi e danneggiarsi. Alcuni tardigradi possono formare cisti attorno ai loro corpi. Come le giacche imbottite, le cisti permettono loro di sopravvivere in climi rigidi. In condizioni asciutte invece, si restringono in una forma di pillola protettiva, chiamata tun. In questo stato, possono sopravvivere, senza acqua o essere intrappolati nel ghiaccio, per decenni.



Nel 2007, l'Agenzia spaziale europea ha lanciato un satellite che trasportava (tra le altre cose) un carico di tardigradi sotto forma di tun e li ha esposti selettivamente al vuoto dello spazio e alle radiazioni cosmiche. Dieci giorni dopo, i tardigradi riportati sulla Terra furono reidratati. Sorprendentemente, alcuni di loro erano sopravvissuti sia alle radiazioni e sia al vuoto, rendendoli i primi animali conosciuti a sopravvivere all'esposizione spaziale completa e scardinando uno dei dogmi scientifici più importanti in tema di astrobiologia.


La ricerca ha anche dimostrato che i tardigradi nei tuns possono sopravvivere a pressioni fino a 87.022,6 libbre per pollice quadrato, cioè sei volte la pressione presente nella parte più profonda dell'oceano (a circa 43,00 PSI, "la maggior parte dei batteri e degli organismi pluricellulari muoiono", ha riferito Nature).


Ma torniamo al carico biologico di Beresheet.


Quando gli israeliani confermarono che Beresheet era stato distrutto, Spivack dovette affrontare una domanda angosciante: aveva appena spalmato l'animale più resiliente dell'universo conosciuto sulla superficie della Luna?

Nelle settimane successive allo schianto di Beresheet, Spivack riunì i consiglieri dell’Arch Mission Foundation nel tentativo di determinare se la biblioteca lunare fosse sopravvissuta intatta allo schianto. Sulla base della loro analisi della traiettoria del veicolo spaziale e della composizione della biblioteca lunare, Spivack afferma di essere abbastanza sicuro che la biblioteca, un oggetto grosso modo un DVD fatto di sottili fogli di nichel, sia sopravvissuta allo schianto per lo più o completamente intatta.

Ma non c’è alcuna certezza e quel “per lo più” non è molto rassicurante.


La capsula potrebbe aver riportato danni e il suo contenuto biologico, sebbene in “stato di sospensione” potrebbe essere fuoriuscito ed essere entrato in contatto con l’ambiente esterno, con il suolo lunare.


Ora sappiamo con certezza assoluta che sulla Luna c’è acqua, anche se in forma di ghiaccio, intrappolata nelle rocce lunari. Sebbene molti astrobiologi ritengano l’ambiente lunare inadatto a ospitare la vita, per via anche delle radiazioni che colpiscono la superficie del nostro satellite, la nostra conoscenza a riguardo potrebbe essere parzialmente sbagliata.


D’altro canto si dicevano le stesse cose anche per Marte, mentre oggi stiamo per inviare missioni alla ricerca di forme di vita ancora presenti sul pianeta rosso o addirittura “tracce della sua evoluzione” (come testualmente affermato da alcuni esponenti dell’Agenzia Spaziale Italiana nel presentare gli obiettivi della prossima missione Exomars2020), il che sottintende che si è abbastanza certi ormai che la vita sia esistita e possa esserci ancora sul pianeta rosso.


Insomma, i tardigradi arrivati sulla Luna sono vivi o morti?


Ricostruita la dinamica dell’incidente, la risposta sembra essere positiva: il carico del lander forse è arrivato sulla Luna integro o quasi, con tanto di tardigradi a bordo, che quindi potrebbero essersi salvati sempre che non si siano già dispersi nell’ambiente contaminandolo irreparabilmente.

“I tardigradi inviati nella forma disseccata, e quindi metabolicamente inattiva – ha commentato Daniela Billi, leader del Laboratorio di Astrobiologia e Biologia Molecolare dei Cianobatteri all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, durante un’intervista rilasciata alla rivista Global Science – hanno quindi tutte le possibilità di resistere anche sulla Luna. Non ci sono quindi ragioni scientifiche provate per affermare che questi organismi siano morti. Bisognerebbe però conoscere meglio i dettagli della missione: diversamente dai progetti selezionati dalle agenzie pubbliche, i progetti privati spesso non sono noti alla comunità scientifica”.



I tardigradi colonizzeranno la Luna? L’ambiente lunare è definitivamente compromesso?

Probabilmente non dobbiamo pensare a una sorta di colonizzazione del nostro satellite, come qualcuno ha ipotizzato. “Ammesso che i tardigradi abbiano resistito all’impatto – spiega Lorena Rebecchi, leader del Laboratorio di Zoologia Evoluzionistica dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia alla rivista Global Science – in questo momento dovrebbero trovarsi in uno stato di quiescenza: non mangiano, non si muovono e non possono riprodursi. È una condizione chiamata anidrobiosi, che consente a questi animali di mantenere la possibilità di tornare metabolicamente attivi solo con l’aggiunta di acqua allo stato liquido”. Un ingrediente che, allo stato liquido, sulla Luna non c’è (o almeno non ci risulta essere presente).

Secondo Daniela Billi quindi è in linea teorica e per quanto concerne le nostre conoscenze dell’ambiente lunare, impossibile pensare a un risveglio e tanto meno a un’invasione dei tardigradi.


Non conosciamo i dettagli scientifici di come sono stati preparati i tardigradi – prosegue Rebecchi – e quindi è difficile dire se potranno risvegliarsi in futuro. La resina epossidica di solito in laboratorio viene utilizzata per preparare gli animali per studi morfologici e li rende non più estraibili. Quindi bisognerebbe conoscere meglio il protocollo utilizzato per disidratare e poi inserire nella resina questi animali”.


Tuttavia le accademiche ricercatrici interpellate probabilmente non sanno (come spesso accade agli accademici sovente concentrati solo sulle loro idee e pochi inclini ad aggiornamenti e informazioni provenienti dal di fuori delle loro cerchie), che c’erano migliaia di tardigradi quiescenti e non inseriti nella resina, incollati sul nastro adesivo all’esterno della capsula del tempo. Non hanno considerato, non sanno o hanno dimenticato che esistono decine di studi scientifici pubblicati che hanno dimostrato che la vita (nelle sue forme addirittura meno resilienti dei tardigradi) può resistere all’ingresso in atmosfera (assente sulla luna) e all’impatto con il suolo, viaggiando con un meteorite o altri “mezzi” a velocità di gran lunga superiori a quelle di Beresheet (meno di 500 km/h al momento dell’impatto), figuriamoci se possiamo dare per morti i tardigradi.

Non hanno considerato, non sanno o hanno dimenticato che la sterilizzazione del suolo lunare, come dimostrato da studi scientifici accademici ufficiali, è vera (così come su Marte) soltanto per i pochi millimetri della superficie.

L’impatto della sonda israeliana ha scavato un solco profondo e non si può non contemplare la possibilità che una parte del materiale biologico trasportato da Beresheet, possa essere fuoriuscito ed essersi disperso ben più di qualche centimetro più in basso dell’inospitale superficie lunare.


Indipendentemente dal fatto che la contaminazione della Luna sia o no avvenuta a seguito del fallimento di Beresheet, il punto della questione è fondamentalmente un altro.

La missione della SpaceIL e dell’agenzia Spaziale Israeliana in collaborazione con la fondazione statunitense Arch Mission Foundation, sotto la supervisione e la responsabilità dello stato di Israele hanno completamente disatteso le disposizioni del Trattato sullo spazio-extra atmosferico, mettendo a repentaglio o addirittura vanificando, il lavoro di migliaia di persone di tutto il mondo fatto negli ultimi cinquant’anni nel settore dell’esplorazione spaziale, che si sono impegnate a fare il possibile per non contaminare il suolo lunare.

Il binomio sion-americano, non solo non ha rispettato quanto previsto dall’articolo IX in materia di adozione di tutte le cautele al fine di evitare la contaminazione dei corpi celesti con materiale biologico terrestre (il trasporto di materiale biologico, posto anche sul nastro adesivo all'esterno della capsula del tempo, avrebbe dovuto essere evitato, poiché non si aveva certezza sul funzionamento dei sistemi, mai testati sul campo, in uso agli israeliani), ma tutte le parti in causa non hanno neanche ritenuto di dover informare la comunità scientifica internazionale e gli altri paesi firmatari del trattato, del carico che s’intendeva trasportare.


Se ciò non fosse ancora abbastanza grave, lo Stato di Israele, firmatario del trattato, ha mancato di adempiere le disposizioni dell’articolo VI del trattato stesso: “Gli Stati parti del trattato hanno la responsabilità internazionale delle attività nazionali nello spazio, compresa la luna e altri corpi celesti, indipendentemente dal fatto che tali attività siano svolte da agenzie governative o da entità non governative e per assicurare che le attività nazionali siano svolte in conformità alle disposizioni previste dal presente trattato.

In quanto responsabile avrebbe dovuto vigilare sull’adempimento da parte della SpaceIL e dell’Agenzia Spaziale Israeliana, delle regole previste dalle norme internazionale.

Com’è possibile accettare tutto questo?


Perché nessuno Stato e nessun membro della comunità scientifica o nessun esponente delle agenzie spaziali ha mosso alcuna critica al colposo operato di questi maldestri, improvvisati, arroganti signori, che in barba alle norme internazionali hanno fatto ciò che ritenevano opportuno fare e nel modo in cui volevano farlo?

Non potendo riparare al potenziale disastro provocato, tutti gli attori coinvolti meriterebbero di essere messi al bando per quanto riguarda future attività spaziali, per un periodo di almeno cinquant'anni.


La cosa più drammatica è che non solo nessuno ha puntato il dito contro lo stato di Sion o ha intenzione di farlo, ma addirittura diversi astrobiologi e “giornalisti scientifici” (anche italiani) sono corsi in aiuto rilasciando interviste nelle quali hanno minimizzato l’accaduto o hanno perfino sostenuto che lo schianto e la dispersione sul suolo lunare del materiale biologico trasportato da Beresheet, potrebbe diventare un’ottima possibilità scientifica, se in futuro saranno recuperati i resti della capsula temporale.

Sembra che allo Stato sionista, dallo smisurato superego, sia tutto permesso, non solo su questo pianeta ma anche nel resto del nostro sistema solare che però, visti gli insuccessi collezionati in questo campo da Israele (prima con la tragedia dell'astronauta Ilan Ramon nel 2003 e ora con la sonda Beresheet), sembra non gradire la presenza di Sion per circoscriverla al solo nostro pianeta.

Sarà forse un segno "divino"?


Mi chiedo cosa sarebbe successo se nella stessa disastrosa situazione ci si fosse trovato un altro paese, la Russia ad esempio. Cosa ancora deve fare questo "stato canaglia" (per usare una terminologia cara agli alleati a stelle e strisce) per meritarsi l'opportuna e adeguata reazione della comunità internazionale che per molto meno è intervenuta in passato rovesciando i governi di altri paesi? Ricordo ancora che non stiamo parlando di uno stato guidato da un'ideologia democratica. Le Nazioni Unite in una risoluzione del 1975, equipararono il sionismo al razzismo, ma la risoluzione fu poi ritirata nel 1991, come condizione da parte di Israele per partecipare alla Conferenza di Madrid; il ritiro è dunque da imputarsi a una scelta di opportunità politica più che un reale cambio d’idee a riguardo.

Israele non è riuscito a entrare nella storia dell’esplorazione spaziale come quarta nazione al mondo capace di far allunare un suo veicolo, e probabilmente non ci riuscirà, giacché nelle prossime settimane sarà l’India a tentare (forse con maggiore successo, considerata già l’esperienza maturata dal paese asiatico in tema di esplorazione di altri corpi celesti) l’allunaggio.


Un giorno forse sapremo quantificare il danno biologico e scientifico provocato da Beresheet.A quel punto potremo dire che Beresheet è stato davvero “il principio”, sì, della contaminazione lunare. In quel momento Israele, l’azienda privata SpaceIL e l’agenzia spaziale Israeliana potranno essere ricordati come gli "untori della Luna".


Il relitto di Beresheet con il suo carico di cultura prevalentemente sionista e con i suoi inconfondibili simboli, rimarranno lì a provarlo, sempre che non vengano emanate nel frattempo, nuove leggi che cancellino la storia obbligandoci (pena l’arresto) a non discutere nuove e più gradite versioni dei fatti, e a credere che tutto sia finito per il meglio.



Autore Testo: Stefano Nasetti

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