NEWSLETTER:

© Copyright 2019 Blog non a scopo di lucro LA VERA INFORMAZIONE. Tutti i diritti riservati

logo WHITE.png
  • Bianco Facebook Icon
  • Bianco Twitter Icon
  • Bianco RSS Icon

Coronavirus + Tecnologia = scacco matto alla libertà?



Nel corso degli ultimi vent’anni, tutto il mondo ha assistito alla costante e lenta erosione delle libertà e dei diritti fondamentali su cui (ancora anacronisticamente) si ritiene si fondino le democrazie moderne.

I sedicenti paesi democratici non sono, però, più guidati davvero dai quei diritti una volta considerati inalienabili, bensì da logiche diverse e mutevoli, che cambiano in base alle opportunità del momento, alla convenienza politica ed economica di chi comanda.

Queste persone sfruttano le crescenti possibilità che la tecnologia offre, per circoscrivere le libertà individuali dei cittadini.


L’immobile popolazione del mondo, distratta e ammaliata dalla tecnologia sempre più a buon mercato, e spaventata dalle spesso pretestuose e quasi inesistenti minacce di ogni tipo (terrorismo, razzismo, epidemie di morbillo, criminalità, ecc), portate sempre ad opera di soggetti esterni e criminali, ha accettato e continua ad accettare tutto quanto gli viene posto davanti agli occhi dai mass media compiacenti.


Se nel corso di questi ultimi anni le libertà fondamentali come la privacy (anche le Nazioni Unite considerano uno dei diritti umani fondamentali), l’inviolabilità del corpo, la libertà di pensiero e di espressione sono state gravemente compromesse, soprattutto nei Paesi occidentali dagli stessi Governi nazionali che quei diritti dovrebbero invece tutelare e salvaguardare, possiamo oggi affermare, senza timore di smentite, che è stata l’ultima nuova “paura”, chiamata “coronavirus”, a fornire il pretesto per dare il colpo di grazia alla libertà.


I contendenti di questa partita a scacchi non sono quindi gli onesti cittadini da un lato, e i comuni criminali di ogni sorta (ladri, truffatori, terroristi, assassini, ecc.) dall’altro.

In realtà da diversi decenni o probabilmente da sempre, l’avversario degli onesti cittadini sono sì i criminali, ma non di certo quelli comuni.

I veri antagonisti sono i Governi, in special modo quelli che si autodefiniscono democratici. Mentre infatti, nei regimi autoritari (di destra e di sinistra) la popolazione a ben chiaro lo stato delle cose e sa bene con chi ha a che fare, nei Paesi occidentali la popolazione vive una libertà apparente, in cui sempre più sovente la libertà è soltanto poco più di un’idea instillata ad hoc nella loro mente.


Come in partita a scacchi la mossa finale non arriva subito e improvvisa, ma si costruisce lentamente nel corso del tempo, mossa dopo mossa.

Gli avversari si studiano e, apparentemente, partono entrambi con le stesse possibilità di vincere. Nella realtà raramente c’è un reale equilibrio.

C’è sempre un giocatore più forte dell’altro. Così accade spesso che mentre un giocatore gioca all’attacco, l’altro è costretto innanzitutto a difendersi.

Tuttavia anche chi attacca cerca di essere cauto, attua la sua strategia cercando di non farsi accorgere, di sviare l’attenzione dell’avversario su quello che è il suo reale obiettivo.

Negli scacchi però, così come anche in molti altri sport, chi si difende non sempre esce sconfitto. La consapevolezza delle proprie capacità, delle proprie possibilità, della propria forza riesce spesso a supplire l’apparente iniziale stato di difficoltà, e trionfare.


In questa metafora è facile comprendere che sono i Governi a essere i giocatori sulla carta più forti. Il vero grande problema dei nostri tempi è che il giocatore più debole (il comune cittadino), non è consapevole non solo del reale obiettivo del suo avversario ma, soprattutto, delle proprie forze. Questo genera uno squilibrio che difficilmente lo potrà portare a ribaltare l’esito della partita.

Acquisire consapevolezza di sé e della realtà della situazione (dunque occorre essere presenti a se stessi) è essenziale per avere possibilità di vittoria.


Com’è avvenuto anche per tutti gli altri diritti fondamentali lesi in passato, le ultime privazioni non sono certamente giunte come fulmini a ciel sereno, ma hanno fatto comunque un breve e rapido cammino.

Il 16 gennaio (2020), The Lancet Digital Healt ha pubblicato uno studio in cui un team americano aveva osservato la diffusione d’infezioni stagionali, come l'influenza, attraverso i dati raccolti con bracciali Fitbit.


La Fitbit Inc. è una società americana (con sede a San Francisco, California), acquisita da Google nel 2019. L’azienda produce dispositivi indossabili, tracciatori di attività che tramite wireless e collegandosi agli smartphone dei clienti, raccolgono e misurano dati biometrici quali il numero di passi, qualità del sonno, gradini saliti, e altre metriche personali.

I ricercatori che hanno pubblicato lo studio in questione, sono partiti dai dati relativi a 200 mila utenti, le cui informazioni sono state rese anonime (così affermano) prima di essere elaborate (chi conosce l’informatica sa bene però, che è sempre e comunque possibile risalire all’identità delle persone partendo da dati anonimizzati, dunque in realtà nessun dato anonimizzato è realmente anonimo).


Hanno poi osservato 47.249 individui, che in cinque Stati (California, Texas, New York, Illinois e Pennsylvania) hanno indossato smartwatch e band identici a quelli in commercio.

Nessun sensore particolare, quindi.

L'obiettivo era quello di predire la diffusione dei contagi dell’influenza stagionale, analizzando il battito cardiaco (che accelera in caso d’infezione) e il ritmo sonno-veglia. Comparando le stime degli Us Centers for Disease Control, i ricercatori sono effettivamente riusciti a fornire previsioni più efficaci. Ma, soprattutto, sono riusciti a farlo in tutti e cinque gli Stati e pressoché in tempo reale, senza quello scostamento di due o tre settimane tipico degli organi ufficiali.


Se da un lato sapere subito vuol dire agire prima e che, come si legge nello studio, “queste informazioni potrebbero essere vitali per attuare misure tempestive di risposta alle epidemie e prevenire l'ulteriore trasmissione di casi”, non si può non evidenziare che l’utilizzo di dati come quello di cui sopra, fatto certamente all’oscuro degli individui che indossavano quei dispositivi (benché avessero certamente dato il loro consenso accettando, probabilmente senza leggere come ormai accade sempre, le norme sulla privacy legate all’utilizzo di quei dispositivi), costituisce una pratica assai pericolosa.

Rappresenta infatti, sicuramente, uno delle tante tipologie di sorveglianza di massa a cui siamo continuamente e forzatamente sottoposti.


Secondo gli stessi autori dello studio, questo è stato soltanto in piccolo esempio di ciò che si può fare con l’odierna tecnologia. La platea delle persone analizzate infatti, è stata tutto sommato contenuta. Lo studio si è concentrato sulla diffusione di disturbi simil-influenzali (cioè generici, con febbre e tosse) e ha rivelato sintomi già palesi, utilizzando i dati provenienti da dispositivi come quelli del fitness e del wellness, che hanno una diffusione comunque limitata nella popolazione.


In merito a questo studio, in data 8 febbraio 2020, l’agenzia giornalistica Agi, ha intervistato Antonio Bosio, product e solutions director di Samsung Italia, che ha fatto dichiarazioni interessanti quanto allarmanti. “Dobbiamo essere seri e dire che i dispositivi consumer, oggi, non possono fornire una diagnosi. I sensori che equipaggiano smartphone e wearable sono adatti al mondo del wellness perché non hanno apparati medicali. Realisticamente, nel rispetto della normativa, l'obiettivo è allargare il perimetro del wellness. Il maggior numero di sensori ci aiuterà a capire se abbiamo la febbre e misurerà le pulsazioni. È possibile avere informazioni in tempo reale e veicolarle opportunamente. Non dobbiamo pensare solo agli smartphone e smartwatch. Ma potrebbero essercene molti altri – (tutti quelli “smart” cioè connessi alla rete NDR) - Ad esempio, un frigorifero connesso che suggerisca un'alimentazione e il trattamento del cibo più adatti”.


Secondo Bosio la tecnologia indossabile dovrebbe diventare lo strumento non solo per raccogliere dati, ma anche per diffondere informazioni. Se da una parte si potrebbero divulgare con più facilità “suggerimenti sui comportamenti virtuosi”, dall'altra ci sarebbe il “monitoraggio dei parametri che, potrebbero essere d'aiuto agli specialisti per comprendere se il paziente merita approfondimenti”. Secondo il product solution director di Samsung Italia “Se gli utenti sono monitorati a distanza non intaserebbero gli ospedali solo per ansia e si ridurrebbero i tempi di attesa e d’intervento”.


E come se non fosse sufficientemente pericoloso per la tutela delle libertà dell’individuo raccogliere i dati in modo massivo, secondo Bosio è addirittura necessario far sì che i dati siano concentrati nelle mani di pochi!  “È fondamentale costruire una piattaforma nazionale o macroregionale, dove far confluire le informazioni”.

Esiste dunque, un interesse concreto per le grandi aziende dell’Hi-tech, nel voler implementare la raccolta massiva di dati personali.

Questo però, fino almeno un paio di mesi fa, si scontrava palesemente con le normative degli stati occidentali, che hanno leggi a tutela della privacy che ostacolano (almeno in parte) la raccolta, lo scambio e l’utilizzo di questi dati.  

Come risolvere la questione?


È lo stesso Bosio suggerire, quasi profeticamente, la soluzione per aggirare il problema. “Il mondo è interconnesso – spiega il manager di Samsung – e c'è condivisione nel mondo scientifico, ma non a livello di circolazione dei dati. Con gli open data, resi anonimi, è possibile avere grandi benefici. Le smart city che funzionano meglio sono quelle che usano dati aperti. Certo, è importante garantire che siano trattati adeguatamente ma si potrebbero evitare ritardi che ci sono stati anche nel caso del coronavirus”.


In Cina, dove gran parte della popolazione ha già familiarità con i sistemi di sorveglianza di massa, ha comunque fatto parlare di sé il software sviluppato da una controllata del gigante dell'e-commerce Alibaba insieme al regime di Pechino. Il software collegato alle onnipresenti telecamere di sorveglianza e incrociando i dati raccolti tramite gli smartphone della popolazione, determina la probabilità di essere stato infettato, e assegna a ciascun cittadino un colore - verde, giallo o rosso - che ne determina la libertà di movimento e la necessità di mettersi in auto quarantena.


Molti penseranno che la Cina essendo un paese antidemocratico e dittatoriale, non può essere presa ad esempio. Come vanno le cose in altri paesi del mondo?

Mentre in Italia a febbraio 2020 si cominciava a discutere sulla possibilità di utilizzare la tecnologia per fronteggiare le epidemie, in altri Paesi del mondo, considerati democratici, si era già molto più avanti.

Si tratta in molti casi di Paesi in cui erano già stati creati i presupposti per il nuovo giro di vite, sempre attraverso consolidato metodo: creo un problema, attendo la reazione, fornisco la soluzione. In tali circostanze il problema è presentato spesso come una seria minaccia, la reazione della popolazione è di paura o panico e la soluzione passa sovente attraverso la limitazione di diritti fondamentali in precedenza acquisiti.


È il caso ad esempio della Corea del Sud (che ha un governo filooccidentale a differenza della dittatura di sinistra presente in Corea del Nord).

All’inizio dell’emergenza coronavirus, la Corea del Sud era il secondo Paese per contagi dopo la Cina. Il Governo sudcoreano ha così deciso di eseguire uno degli esperimenti su più larga. Le autorità di Seul hanno cominciato a tenere traccia degli spostamenti delle persone affette da Covid-19 attraverso quanto avevano a disposizione: il Gps del telefono, i pagamenti con carta di credito, le telecamere di sicurezza.

Il sistema avvertiva la popolazione in tempo reale su dove erano stati registrati nuovi casi di coronavirus, fornendo informazioni dettagliate sugli ultimi spostamenti delle persone risultate positive ai test. Il sistema, tuttora in funzione, se consente di sapere se vi siano rischi di esser stati contagiati, ha avuto e sta avendo pesanti ricadute sulla tutela della privacy dei malati. Infatti, pur non indicandone nomi o indirizzi, i pazienti sono spesso facilmente identificabili incrociando età, quartieri e attività e vedono così le loro vite messe in piazza.

Sugli smartphone dei cittadini il Governo invia continuamente messaggi che segnalano i nuovi casi, con l'età e il sesso del paziente risultato positivo, i suoi ultimi spostamenti prima del test e in molti casi l'indicazione del lavoro della persona da cui si presume sia stato contagiato.

Nessun dettaglio viene risparmiato, compreso l'orario a cui i pazienti risultati positivi sono stati in un bar piuttosto che in un motel a ore e pare che diversi tradimenti siano venuti alla luce in questo modo.

Se è vero che il fatto di essere identificabili ha reso la vita difficile anche a quei contagiati con pochi sintomi che non avrebbero voluto rivelare la malattia e che ora si vedono additati come degli appestati, la cosa più preoccupante per molti, è la presa di coscienza di quanto siano invasive le tecnologie “smart” che quotidianamente vengono utilizzate da miliardi di persone in tutto il mondo. 

In Corea del Sud, le informazioni raccolte sono anche pubblicate sul sito del Ministero della Salute, e sono consultabili da chiunque, mettendo così in piazza relazioni extra-coniugali, legami privati e abitudini inconfessate.

Ad esempio, una 27enne che lavora alla Samsung di Gumi, si è appreso che alle 23,30 del 18 febbraio si era incontrata con il compagno che è membro della Shincheonji, la setta diventata un focolaio nazionale. I suoi concittadini hanno chiesto di sapere dove abitasse e lei ha supplicato su Facebook il sindaco di non fornire altre informazioni dopo che aveva già diffuso il suo cognome.


Come accennato, una precedente “minaccia”, quella relativa all’epidemia di MERS del 2015 per la quale il governo di Seul era stato molto criticato per aver tenuto segrete le informazioni sui contagiati, ha fornito lo spunto al Parlamento per modificare le stringenti leggi sulla tutela della privacy, per dare più poteri al Governo e alle autorità che indagano sugli spostamenti dei contagiati in caso di epidemie.

Quello accaduto nel 2015 in Corea del Sud è ciò che, come vedremo a breve, sta accadendo nel resto dei Paesi occidentali oggi.  


Ciò che è accaduto in Corea del Sud sta accadendo, in scala più piccola, anche a Singapore, dove le autorità locali hanno messo online un sito in cui vengono elencati età, sesso, occupazione e ultimi luoghi visitati dai pazienti affetti dalla patologia.

Anche nel resto del mondo, non mancano situazioni simili.

Molti Paesi utilizzando il pretesto di combattere contro il coronavirus che causa la Covid-19, stanno impiegando sistemi di sorveglianza invasivi, mettendo a rischio il delicato equilibrio tra privacy e diritto alla salute.

L'ultimo è il caso è quello di un Paese che è spesso ed erroneamente considerato, nell’immaginario collettivo, un Paese democratico e civile: Israele.

Qui lo scorso fine settimana (15/3/2020), il premier a interim Benjamin Netanyahu ha dato il via libera allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, per tracciare i cellulari, attraverso una tecnologia utilizzata finora ufficialmente solo dall'antiterrorismo.

Anche in questo caso, l'obiettivo dichiarato è monitorare i movimenti e i contatti sociali dei contagiati e dei presunti tali.

I primi messaggi, firmati dal ministero della Salute, sono già partiti: i destinatari vengono avvertiti via sms di essersi trovati vicino a una persona positiva (senza riferirne il nome) in una certa data, e vengono invitati a mettersi immediatamente in quarantena per 14 giorni.


La modalità non ha però convinto tutti: due Ong hanno fatto ricorso alla Corte suprema denunciando non solo una presunta lesione dei diritti civili dei cittadini, monitorati senza consenso, ma anche il fatto che il provvedimento sia stato approvato dal governo con una procedura d'emergenza senza passare dal Parlamento, a testimoniare che quando si parla di Israele si parla di uno stato tutt’altro che democratico.


Mentre negli Stati Uniti la Casa Bianca finge di consultare i suoi esperti sanitari che si starebbero confrontando con i big dell’informatica, come Google, Apple, Microsoft, Amazon e Facebook, sulla possibilità di usare la geolocalizzazione degli smartphone per mappare l'epidemia e verificare se siano mantenute le distanze di sicurezza (come se il monitoraggio sistematico di massa sia un’attività nuova per gli USA), Paesi considerati totalitari come l’Iran, che aveva cominciato ad adottare un sistema analogo, ha invece fatto marcia indietro.

Il regime di Teheran a inizio marzo aveva invitato i connazionali a scaricare un'app che avrebbe dovuto aiutarli a capire se fossero o no a rischio contagio.

Sollevati alcuni dubbi in fatto di privacy, l'app è stata ritirata dal Ministro della Salute.


Siamo quindi al paradosso. Stati considerati totalitari che sembrano rispettare la privacy dei cittadini, mentre sedicenti Paesi democratici che usano ogni pretesto per circoscrivere on ogni modo anche questo diritto fondamentale, utilizzando ogni pretesto per aggirare le norme a tutela dei diritti dei cittadini.


Anche in Italia la stretta sta arrivando, o per meglio dire, un po’ in sordina è già arrivata. Mentre i cittadini sono occupati ad ascoltare gli artisti della TV che via web intrattiene la popolazione (o si fa pubblicità?), sono occupati a cantare alla finestra, o sono sul balcone a sventolare il tricolore, con un finto e ritrovato spirito di unione, la Regione Lombardia ha iniziato da giorni a tracciare gli spostamenti dei suoi 10 milioni di cittadini.

La notizia, diffusa dalla giunta regionale, è stata accompagnata dalla classica rassicurazione: “I dati raccolti grazie alla collaborazione con le principali compagnie telefoniche sono in forma aggregata e anonima”. Servono a visualizzare i flussi di persone, non a monitorare i singoli. Ma è davvero così?


Meno scaltro, più esplicito e forse più sincero (ma solo per pavoneggiarsi sui media) è stato il sindaco di Firenze Dario Nardella (ex deputato del Partito Democratico) che il 20 marzo 2020 alle ore 9:45 del mattino, nella trasmissione di SkyTG24, è intervenuto dicendo: ”Stiamo testando in via sperimentale un software collegato alle nostre telecamere di sorveglianza, con un algoritmo in grado di rilevare automaticamente gli assembramenti di persone (da un minimo di due persone in su) e avvisare la centrale di polizia in modo che intervenga prontamente. Abbiamo chiesto al ministero dell’Interno, al Comitato per l’ordine e la Sicurezza, l’autorizzazione per l’utilizzo, autorizzazione che dovrebbe arrivare nelle prossime ore. Inoltre stiamo lasciando acceso il wi-fi pubblico per sapere chi si connette e chi non rispetta l’obbligo di stare a casa.”


Il sindaco di Firenze quindi, ha ammesso apertamente che il monitoraggio NON avviene in forma anonima e aggregata ma, al contrario, il comune è in grado di identificare (e quindi monitorare) le singole persone attraverso la connessione al wi-fi pubblico degli smartphone, oltre che alle ormai onnipresenti telecamere a riconoscimento facciale (alle quali, è bene ricordare, sono collegati database con le anagrafiche di quasi tutti i cittadini che negli ultimi anni hanno rinnovato i documenti di riconoscimento come carta d’identità elettronica e passaporto – leggi l’articolo "Polizia di Stato o Stato di Polizia?" dedicato all’argomento) e software di polizia predittiva.


Intanto Luca Foresti, fisico e amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino, ha reso noto attraverso un’intervista rilasciata all’agenzia ANSA in data 19 marzo 2020, che da diverse settimane stanno sviluppando un’app che, una volta sul telefono consente di ricostruire i movimenti delle persone positive al coronavirus e di chi è entrato in contatto con loro. “Le persone che scaricano e installano l'app sul cellulare diventano un nodo di raccolta di dati georefrenziata che aiuta tutti, ma aiuta anche il singolo individuo ad avere informazioni puntuali su se stesso. Più persone ce l'avranno più l'app avrà un ruolo pubblico che farà capire tante cose", sottolinea Foresti.

Un modo elegante per dire “possiamo sapere chi sei, dove ti trovi e con chi ti trovi in ogni momento”.


La situazione già di per sé allarmante, considerato quanto detto, lo diventa ancor di più se a esprimere un parere favorevole non è un politico come il sindaco di Firenze, quello di Milano, il Presidente della regione Lombardia o un tecnico chiaramente interessato a fornire o entrare in possesso di questo tipo di tecnologie come Luca Foresti del Centro Medico Sant’Agostino o il manager di Samsung Italia Antonio Bosio, ma il direttore della Polizia Postale Nunzia Ciardi, che ha rilasciato sulla questione, una videointervista all’agenzia Ansa, in data 20 marzo 2020.


Alla domanda riguardo la possibilità di tracciare gli spostamenti dei cittadini adottando app geolocalizzate come in Corea del Sud, nell’intervista il comandante ha affermato “Per noi è uno strappo importante alle regole che hanno fin qui ispirato la nostra vita, le regole sulla privacy, le norme ispirano il nostro ordinamento sul tema della tutela dei dati personali. Ovviamente oggi siamo purtroppo in un’emergenza straordinaria che potrebbe anche giustificare una deroga ai principi generali. Questi però, sono bilanciamenti che vanno fatti tenendo conto degli interessi in gioco, valutazioni che spettano a chi strategicamente, politicamente e giuridicamente gestisce questa emergenza”.


Il Comandante della Polizia Postale quindi, sebbene con qualche appena accennata perplessità dal punto di vista della violazione dei diritti dei cittadini, contempla la possibilità di derogare a un principio inderogabile, andando a costituire come in tutti gli altri casi di libertà violate nel nostro recentissimo passato, un pericoloso precedente.

La giornalista dell’ANSA (il cui nome è sconosciuto, poiché come per tutti gli articoli e servizi dell’Ansa, vige l’assoluto anonimato) scontenta della poca perentorietà dell’ufficiale di polizia, rincalza chiedendo (o più che altro affermando, quasi a suggerire la risposta): “Si può quindi, in casi di assoluta necessità o emergenza estrema, oltrepassare i confini della privacy per la salute e la sicurezza dei cittadini, facendo appunto un bilanciamento degli interessi in gioco”.

Tecnicamente è possibile, tecnicamente è assolutamente possibile ha risposto questa volta con più decisione Nunzia Ciardi – poi bisogna valutare quanto sia consigliabile dal punto di vista strategico, etico e politico.”


In questi giorni è nata una piccola polemica sul modello di autodichiarazione che il Governo ha reso obbligatorio per potersi muovere sul territorio nazionale.

In molti si sono concentrati sul punto in cui si dichiara di non essere in quarantena e non essere positivi al Covid-19. Nessuno però, ha posto l’accento sulla presenza di un altro aspetto, ben più inquietante ma forse ancor più eloquente, su quelle che sono le reali intenzioni del Governo e ciò che ci potrebbe riservare il futuro.



Nei moduli di autodichiarazione, subito dopo le classiche generalità come nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, numero di documento d’identità è presente un campo anomalo, un campo presente anche nei precedenti moduli: il numero di utenza telefonica.

Dovremmo chiederci, da quando l’utenza telefonica è considerata un elemento che fa parte delle generalità per l’identificazione di una persona? A che scopo viene richiesto il numero di utenza telefonica? Per eventuali comunicazioni alla persona fermata?


La legge prevede che, qualora la persona fermata sia ritenuta passibile di denuncia e sanzione, se le motivazioni addotte per giustificare la sua presenza fuori dalla propria abitazione non siano state ritenute valide, viene richiesta l’elezione di un domicilio al quale sarà in seguito notificata la denuncia e ogni altra comunicazione relativa al reato contestato. Le comunicazioni legali dunque, saranno sempre inviate in forma cartacea.

Non è consentito neanche l’invio di tale documentazione a mezzo PEC.

Infatti, nel modulo non è neanche previsto il campo relativo a un indirizzo email.

È chiaro dunque che la richiesta del numero di utenza telefonica deve avere uno scopo diverso da quello di un canale di comunicazione tra Stato e cittadino. Quale?


Non è difficile pensare, alla luce di ciò che abbiamo visto, si sta approntando in termini di sorveglianza di massa della popolazione, che il numero di utenza telefonica abbinato al nome possa servire per facilitare il compito delle forze dell’ordine nel verificare gli spostamenti dei fermati e la veridicità di quanto dichiarato.

Con il numero di telefono subito abbinato al nome, le forze dell’ordine non dovrebbero richiedere ai gestori telefonici, i numeri di utenze intestate alle persone fermate, poiché lo avrebbero già lì, bello e pronto per essere inserito nei sistemi di sorveglianza.

È solo un’ipotesi, sia chiaro ma non vedo altri motivi per spiegare la presenza di quel campo nel modulo.

È possibile evitare di fornire questo dato e cercare di difenderci in qualche modo? Certamente sì, poiché non è un dato identificativo.

Tuttavia qualora le circostanze suggeriscano di fornire il dato e non potendo fornire dati errati (numero errato o dichiarare di non avere uno smartphone) per non incorrere nel reato di false dichiarazioni, il consiglio è fornire il proprio numero di rete fissa e non mobile. L’espediente non risolve certamente il problema, ma almeno non si rende la vita facile a questo ennesimo sopruso.


Insomma, come un giocatore di scacchi, i Governi mondiali si preparano a dare “Scacco matto” alle libertà individuali introducendo con la scusa del coronavirus, un pericoloso precedente che consente di violare sistematicamente e massivamente la privacy di miliardi di persone, mettendosi alla stregua dei tanto pubblicamente criticati governi dittatoriali e assolutisti dei cosidetti “Stati canaglia”.


Intanto il comune cittadino continua a osservare tutto, quasi la questione non lo riguardasse, convinto dalla propaganda dei politici e dei mass media a rinunciare all’ennesimo diritto fondamentale, e ormai solo teoricamente in derogabile, pur di sconfiggere la paura di questa nuova minaccia.

Cerchiamo allora di fare almeno quella che potrebbe essere la nostra ultima mossa.

Una mossa difensiva che può farci prendere ancora un minimo di tempo, quella che nel gioco degli scacchi è chiamato “arrocco”. L’arrocco una mossa difensiva che può però sovvertire l’esito della partita, consentendo di ripartire al contrattacco.


Tutti quelli che hanno preso coscienza di ciò che sta avvenendo si arrocchino e prendano tempo allora, nella speranza che intanto, anche il resto della popolazione prenda coscienza che la reale minaccia è quella alle libertà fondamentali e alla democrazia portata dai Governi dei nostri stessi Paesi, e da quella moltitudine di persone che ricoprono ruoli diversi nella società. Tali persone, ritenendo di essere dalla parte dei giusti, sono pronte a ridiscutere i valori fondamentali dell’essere umano e a derogare a diritti e valori senza i quali nessuno sarebbe veramente libero.


Oggi siamo chiaramente davanti ad una scelta che riguarda il nostro futuro.

La scelta non è tra vivere o morire, ma tra essere liberi o in catene!


La battaglia che i Governi dicono di combattere contro la Covid-19, rischia di diventare una battaglia per sconfiggere la libertà.



Autore articolo: Stefano Nasetti


Fonti:


© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore

20 visualizzazioni
LOGO ultimo.jpeg