C'È VITA NELL'UNIVERSO!



Siamo soli nell’Universo?

Questa è una domanda che risuona nelle menti degli uomini sin dall’antichità ed è più che mai attuale, soprattutto nel mondo scientifico.


Se nella considerazione generale, questa domanda sembra essere quasi esclusivamente ad appannaggio della popolazione poco istruita, e quindi facilmente suggestionabile dal cinema e dalla televisione, è sufficiente leggere le più prestigiose riviste scientifiche per rendersi conto invece, che la ricerca della risposta all’interrogativo posto all’inizio dell’articolo, sia un qualcosa di costantemente presente soprattutto nella mente di astronomi, astrofisici e astrobiologi.


La ricerca della risposta va avanti da sempre, anche e soprattutto nel mondo scientifico ufficiale, ancor più che nell’abito ufologico.

Non esiste, infatti, solo l’ormai famoso progetto SETI per la ricerca di segnali di vita intelligente. Della questione non si è occupato solo sommariamente il fisico italiano Enrico Fermi, con il suo ormai celebre e anacronistico “paradosso”, o l’astronomo statunitense Frank Drake, con l’altrettanto celebre “equazione” in grado di calcolare quante civiltà intelligenti possano esistere.


Nuovi studi basati sulla crescente e costante quantità d’informazioni, sempre più precise e dettagliate, forniscono oggi alla comunità scientifica i dati non solo per rivedere e aggiornare alcuni studi precedenti (vedi equazione di Drake), ma anche di formulare nuove affascinanti ipotesi e calcoli probabilistici.

Ormai con una certa frequenza (quasi mensile) sono pubblicati nuovi risultati.

A quanto già detto nei precedenti articoli in merito proprio al paradosso di Fermi, alla panspermia quale origine della vita sulla Terra, all’evoluzione e all’aggiornamento dei metodi di ricerca, si aggiungono oggi tre nuovi studi che possono aiutarci a trovare una risposta alla famosa domanda: siamo soli nell’universo?


Il primo studio, di questi ultimi tre, che voglio porre all’attenzione studio, è quello condotto dallo scienziato David Kipping del dipartimento di astronomia della Columbia University e pubblicato su Proceeding of the National Academy of Sciences nel maggio 2020.

Lo scienziato statunitense ha utilizzato la tecnica statistica dell’inferenza bayesiana per determinare il numero delle possibilità che una forma di vita extraterrestre di evolvere e diventare complessa, e quindi intelligente, come sul nostro Pianeta. 

Per l’inferenza statistica bayesiana la probabilità di un’ipotesi si aggiorna quando sono presenti prove o informazioni, oppure con l’aumentare della disponibilità di questi dati, il grado di fiducia nell’ipotesi cambia. 

Questo perché nei tradizionali metodi statistici comunemente utilizzati, quando si formulano ipotesi e si assegnano valori alle probabilità, non lo si fa sempre in modo oggettivo, ma più frequentemente in modo soggettivo.

Questo perché, secondo la visione bayesiana, le probabilità si considerano una misura del grado soggettivo di fiducia da parte del ricercatore, e si suppone che restringano le potenziali ipotesi a un insieme limitato, inquadrato in un modello di riferimento.

Così facendo, il risultato statistico sarà condizionato dal grado di “fiducia” del ricercatore e non può quindi essere considerato un risultato oggettivo.


Ma torniamo allo studio sulla vita nell’universo. Sappiamo dai reperti geologici che la vita sulla Terra è iniziata relativamente presto (le tracce più antiche di organismi viventi risalgono a 3,95 miliardi di anni fa), non appena l’ambiente è stato abbastanza stabile da sostenerlo. Sappiamo tuttavia, anche che quel primo organismo multicellulare ha poi impiegato molto più tempo (circa 4 miliardi di anni) per evolversi nelle varie forme che oggi possiamo vedere in torno a noi. 

Nel suo studio, Kipping ha sviluppato l’ipotesi della probabilità della vita e dell’intelligenza prevedendo quattro possibili risposte:

  1. La vita è comune e spesso sviluppa intelligenza.

  2. La vita è rara ma spesso sviluppa intelligenza.

  3. La vita è comune e raramente sviluppa intelligenza.

  4. La vita è rara e raramente sviluppa intelligenza. 

Applicando le formule matematiche bayesiane lo scienziato è arrivato alla conclusione che lo scenario di vita comune è almeno 9 volte più probabile di quello raro.

Questo è deducibile perché la vita sulla Terra è emersa 300 milioni di anni dopo la formazione degli oceani, relativamente rapidamente. Ciò sovverte uno dei capisaldi del pensiero scientifico prevalente ancora ai giorni nostri, cioè che la vita sia un evento raro, se non addirittura unico (considerato tale appena solo vent’anni fa).

Kipping ne conclude che se un pianeta ha condizioni simili a quelle della Terra non dovrebbero esserci problemi alla creazione spontanea della vita (abiogenesi).

Abbiamo già visto nei precedenti articoli (e nel mio ultimo libro) che anche che le probabilità di abiogenesi siano nettamente inferiori a quelle dell’origine della vita per panspermia (ma su quest’argomento tornerò poi con nuovi articoli e studi), possibilità non contemplata nella ricerca di Kipping.


Altra faccenda, invece, per quanto riguarda l’ipotesi che queste vite extraterrestri possano essere complesse o intelligenti.

In tal caso, le probabilità che la vita possa evolversi in forme “intelligenti” sarebbero 3:2 a favore della vita intelligente. Il risultato indica quindi che la comparsa di vita è un processo comune ma le probabilità che si sviluppi in vita intelligente sono poco più del 50%. 

Questo perché l’umanità è comparsa relativamente tardi rispetto alla finestra abitativa della Terra e quindi il suo sviluppo non è stato un processo facile, né c’è una garanzia per la sua ripetizione.

È bene precisare che si tratta di analisi che hanno un limite di fondo.

Si basano, infatti, sull’unico modello che abbiamo, la Terra.

Oggi sappiamo che le condizioni per la comparsa e il sostentamento e l’evoluzione della vita possono essere anche molto diverse da quelle che comunemente vediamo.

Già solo sul nostro pianeta sono state scoperte forme di vita in ambienti estremi, dove si riteneva impossibile l’esistenza di alcun essere vivente.

Questa prima ricerca, dunque, non ci fornisce alcuna certezza, ma ci rende certamente positivi sulla presenza della vita al di fuori del nostro Pianeta.


Ma allora, c’è vita intelligente nella nostra galassia?

Accantonando in questa sede la famosa equazione di Drake, vediamo qual è la risposta arrivata, nel giugno 2020, da uno studio condotto dall’Università di Nottingham pubblicato sull’Astrophysical Journal.

Lo studio ha provato a rispondere a questa domanda formulando un approccio differente dai precedenti.

Anche in questo caso però, lo studio si è basato sul presupposto che la vita intelligente si formi su altri pianeti esclusivamente in modo simile a quanto accade sulla Terra. Se ciò come detto, costituisce un limite, ora solo così facendo si può ottenere, secondo gli scienziati inglesi, una stima del numero di civiltà comunicanti e intelligenti all’interno della Via Lattea. Secondo le stime potrebbero esserci oltre trenta civiltà dotate di queste caratteristiche nella nostra galassia.

I risultati hanno mostrato che dovrebbero esserci almeno tre dozzine di civiltà attive nella nostra Galassia, partendo dal presupposto che occorrano 5 miliardi di anni perché la vita intelligente si formi su altri pianeti, come sulla Terra. “Il nostro approccio è improntato sull’evoluzione su scala cosmica e abbiamo trovato un nome per questo calcolo, il limite astrobiologico copernicano” ha dichiarato Christopher Conselice principale autore dello studio.

Infatti, mentre il metodo classico per stimare il numero di civiltà intelligenti si basa sull’ipotesi di valori relativi alla vita (come nell’equazione di Drake), per cui le opinioni su questa questione variano in modo sostanziale, il nuovo metodo adottato in questo studio invece, semplifica queste ipotesi, fornendo una solida stima del numero di civiltà nella nostra galassia.


Secondo i limiti astrobiologici copernicani la vita intelligente si forma in meno di 5 miliardi di anni, o dopo circa 5 miliardi di anni. Inoltre è necessario che la stella di riferimento abbia un contenuto di metalli uguale a quello del nostro Sole: tenendo conto di questi criteri gli scienziati hanno calcolato che dovrebbero esserci circa trentasei civiltà aliene attive nella Via Lattea.


La ricerca mostra che il numero di civiltà dipende fortemente dalla durata di alcuni tipi di attività come l’invio di segnali nello spazio, o le trasmissioni radio da satelliti.

Se altre civiltà tecnologiche hanno la stessa età della nostra (circa 100 anni, intesi dall’industrializzazione) allora potrebbero essercene circa trentasei.

Tuttavia, la distanza media che ci dividerebbe da queste civiltà sarebbe di circa 17.000 anni luce rendendo molto difficile il rilevamento e la comunicazione con la nostra tecnologia attuale (ho già fatto presente come questo sia uno dei principali limiti del progetto SETI).

È anche possibile tuttavia, secondo quanto si legge nello studio, che la nostra sia l’unica civiltà all’interno della Via Lattea.

Questa ipotesi prevede però che i nostri tempi di sopravvivenza (e per trasposizione, anche tutti quelli delle altre eventuali civiltà) non siano lunghi.


Anche in questo caso quindi, il valore delle probabilità dei parametri inseriti nella ricerca (che si basano solo sul modello terrestre e che prendono in considerazione solo le condizioni comuni più diffuse e non anche quelle estreme, che consentono comunque l’esistenza della vita) rappresentano, il vero limite per difetto, ai risultati dello studio.


Come dichiarato da Conselice “La ricerca di civiltà intelligenti extraterrestri non rivela solo il processo di sviluppo di forme di vita, ma potrebbe fornire anche indizi su quanto durerà la nostra stessa civiltà. Se scopriamo che la vita intelligente è comune – (come affermato dalla precedente ricerca) NDR - allora potremmo ipotizzare che la vita sul nostro pianeta potrebbe durare ancora per molto. Al contrario, se fossimo gli unici, si tratterebbe di un segnale sfavorevole per la nostra esistenza di lungo termine. La ricerca di vita extraterrestre può aiutarci a scoprire di più su ciò che ci aspetta in futuro”.


Il risultato dello studio dell’Università di Nottingham è dunque “condizionato a ribasso” dal fatto di contemplare l’esistenza di vita solo su pianeti a oggi noti simili alla Terra.

Prima di evidenziare quanto sia “limitante” tale parametro, vediamo quanti sarebbero, secondo gli astronomi dell’Università della Columbia Britannica i pianeti come la Terra, precisando che di tale stima NON hanno tenuto conto gli autori della precedente ricerca, quella appena citata dell’Università inglese.

In un articolo pubblicato sulla rivista The Astronomical Journal nel giugno 2020, gli esperti dell’Università della Columbia Britannica, hanno analizzato i dati della missione Kepler della NASA per valutare e quantificare le possibilità che esistano pianeti come il nostro, per conformazione, dimensioni, temperatura, pressione e altri parametri che contribuiscono a classificare il corpo all’interno della fascia di abitabilità, e che orbitino attorno a stelle simili al nostro Sole.

“Abbiamo effettuato delle simulazioni per quantificare queste informazioni, confrontando un catalogo di probabilità con gli oggetti realmente rilevati. In questo modo siamo stati in grado anche di stabilire nuovi parametri considerati abitabili”, hanno affermato gli autori dello studio, precisando che il loro studio potrebbe rivoluzionare l’idea di abitabilità con cui consideriamo i pianeti oggi.

Studiando i dati raccolti dalla missione Keplero abbiamo analizzato le informazioni relative a circa 200mila stelle, scoprendo 17 nuovi esopianeti e confermando l’esistenza di molti corpi extrasolari già noti. Nella Via Lattea ci sono circa 400 miliardi di stelle, il sette percento delle quali può essere classificato di tipo G, come il nostro Sole. Questo significa che potrebbero esistere circa sei miliardi di sistemi in cui esiste un pianeta che rientra nella fascia abitabile”.

Questa nuova stima, se applicata alle precedenti ricerche, determinerebbe certamente risultati ancor più favorevoli all’esistenza sia della vita, sia della vita intelligente.

E se ciò non fosse sufficiente, è bene ricordare che la maggioranza degli esopianeti finora scoperti e che orbitano nella fascia di abitabilità (cioè alla giusta distanza dalla propria stella, tale da consentire condizioni idonee alla vita) non orbita attorni a stelle simili al nostro Sole (come solo quelle prese in considerazione dall’ultima ricerca dell’Università statunitense della Columbia Britannica) ma a stelle di altro tipo, in particolare Nane Rosse.


Che cosa succederebbe ai risultati delle ricerche se dovessimo inserire nei parametri anche quelli a oggi mai contemplati, come le condizioni più estreme possibili (ma che consentono comunque la presenza di vita), i pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal nostro Sole o il numero delle lune abitabili (già solo nel nostro sistema solare ci sono almeno due lune di Giove - Europa e Ganimede – e una di Saturno – Encelado – che potrebbero ospitare forme di vita)?

Le tre ricerche citate in quest’articolo, non ci forniscono una risposta certa alla domanda “siamo soli nell’universo?” ma ci indicano che le possibilità di avere compagnia, anche “intelligente”, siano tutt’altro che remote, al punto che possiamo ragionevolmente fare un’affermazione che ancora solo vent’anni fa sarebbe stata giudicata scientificamente una follia: c’è vita nell’universo!



Stefano Nasetti


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