ALH84001 nel meteorite marziano la firma dell’antica abitabilità e della vita sul pianeta rosso.




Su Marte c’è acqua, ormai la comunità scientifica non ha più dubbi a riguardo.

Sono i tantissimi dati oggettivi, rilevati da rover lander e orbiter giunti sul pianeta rosso, a dimostrarlo, e nessuno, neanche i più conservatori, è più in grado anche solo di tentare di confutare quest’evidenza.


Ciò su cui ancora molti discutono invece, è l’abitabilità passata del nostro vicino planetario. Anche in questo caso però, ci sono sempre più dati che dimostrano che il pianeta rosso sia stato un tempo certamente un posto molto confortevole per la nascita e l’evoluzione della vita. I dati raccolti dai rover marziani sembrano anche puntare verso la conferma della presenza di antichi composti organici sul mondo rosso.


Nel gennaio 2020 è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications l’articolo: “Semiarid climate and hyposaline lake on early Mars inferred from reconstructed water chemistry at Gale”. Lo studio è stato coordinato dall’Università di Kanazawa (Giappone) e ha visto la partecipazione di altre istituzioni di ricerca nipponiche e dell’Università di Harvard.


Gli studiosi nipponici hanno concentrato la loro attenzione sulla composizione chimica dell’acqua di Marte, che anticamente si raccoglieva in bacini e fiumi, i cui resti sono stati osservati più volte nel corso degli anni dalle sonde e, in sito, dai rover.

I risultati dello studio suggeriscono che l’acqua marziana doveva avere un livello di acidità con valori simili a quelli degli oceani terrestri; questo farebbe pensare che un tempo, i bacini marziani potessero effettivamente essere luoghi accoglienti per forme di vita microbica.

Senza contare poi i risultati degli esperimenti degli anni ’70 dei lander Viking, che a una volta rivalutati a distanza di decenni, senza più i preconcetti e i pregiudizi di stampo antropocentrico dell’epoca, hanno addirittura reso evidente che la vita sul pianeta rosso possa ancora esistere.


Ora un nuovo studio aggiunge un altro importante tassello, questa volta a partire da osservazioni effettuate qui sulla Terra.

Oggetto di quest’ultima indagine sono stati i meteoriti marziani, frammenti della superficie di Marte a loro volta lanciati nello spazio dall’impatto con altri meteoriti, e poi finiti sul nostro pianeta, rocce che già in passato hanno fornito informazioni importanti riguardo il passato marziano.

Il team di ricerca, guidato dall’Istituto di Tecnologia di Tokio, si è concentrato in particolare sul meteorite Allan Hills (Alh) 84001, dal nome della regione in Antartide dove è stato trovato nel 1984. Si tratta di un meteorite che rappresenta già una “pietra miliare” nell’ambito della nostra conoscenza riguardo il pianeta rosso e, probabilmente, anche della nostra intera conoscenza riguardo il nostro sistema solare e l’universo.


“Nell’agosto del 1996, infatti, un’equipe di scienziati fece un annuncio incredibile!

Il meteorite marziano denominato ALH84001, rinvenuto in Antartide, contiene delle tracce fossilizzate di vita! All’interno di questa roccia, del peso di poco meno di 2 kg, sono presenti globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

Questo confermò inizialmente, a tutta la comunità scientifica, anche agli scienziati più scettici e restii a riconoscere la possibilità di vita extraterrestre, che anche su altri pianeti era ed è possibile la vita.

Dopo che per gran parte degli ultimi centosessanta anni, dalle osservazioni di Schiaparelli in avanti, Marte era stato considerato abitabile e forse abitato, e dopo che le immagini delle sonde Viking 1 e 2 avevano completamente ribaltato questa idea, mostrando un pianeta freddo, secco e inadatto alla vita, con l’annuncio del ritrovamento di batteri fossili nel meteorite ALH84001, tornò ad essere ritenuta nuovamente possibile l’idea che la vita sul pianeta rosso potesse esistere.”

(brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).


Ciò che fu scoperto nel 1992 dall’esame del meteorite ALH84001 fu poi riscontrato anche in molti altri meteoriti marziani, come ad esempio nello Yamato00593.

“L’altro elemento che può essere considerato una prova riguardo l’esistenza di vita, almeno in passato, sul pianeta rosso, è quanto è stato riscontrato nell’esame dei citati meteoriti marziani ALH84001 e Yamato00593 rinvenuti in Antartide, che non solo contengono entrambe delle tracce fossilizzate di vita marziana, ma addirittura di forma differente.

Come già abbiamo avuto modo di vedere, oggi l’idea prevalente della comunità scientifica riguardo queste rocce, è che contengano realmente globuli di carbonato generati da microrganismi vivi su Marte, 3,6 miliardi di anni fa.

La maggioranza delle persone ignora totalmente queste due evidenze oggettive che provano quantomeno, la presenza di forme di vita elementare nel passato di Marte” .”

(brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).


Questa volta l’analisi del meteorite ALH84001 ha fornito un ulteriore elemento a sostegno di quanto finora detto e scoperto.

Gli scienziati hanno scovato nel meteorite tracce di azoto, un elemento essenziale per la vita terrestre. La cosa più sorprendente però, è che questo materiale organico è stato con ogni probabilità conservato per 4 miliardi di anni, fin dalla cosiddetta era Noachiana.

La scoperta, pubblicata oggi (maggio 2020) su Nature Communications, conferma almeno la teoria di un giovane Marte potenzialmente adatto a ospitare la vita.

Non è la prima volta infatti, che i meteoriti marziani forniscono indizi o prove in tal senso.

Ad esempio, in alcuni meteoriti (Tissint, Nakhla e NWA 1950) sono state confermate tracce di carbonio organico, un altro ingrediente fondamentale per sviluppare la vita (vedi articolo del Carnegie Institution for Science, pubblicato su Science Advances nell’ottobre 2018).

Ed è di pochi mesi fa (febbraio 2020)  l’ipotesi di una possibile analogia tra l’antico cratere da meteorite di Ries, nella Germania meridionale, e la superficie marziana (studio è stato pubblicato su Science Advances).


Nel caso di ALH84001 però l’analisi è stata particolarmente complessa.

Studi simili effettuati in precedenza, avevano incontrato difficoltà a causa della contaminazione della roccia marziana con la neve e il ghiaccio antartico.

Ciò rendeva difficile stabilire quanto del materiale organico intrappolato nel meteorite avesse effettivamente origini marziane.

Lo studio giapponese, ha risolto il problema grazie a una combinazione innovativa di tecniche per preparare i campioni.

Gli scienziati hanno utilizzato del nastro d’argento in una camera bianca per isolare dai meteoriti i minuscoli granelli di carbonato – circa lo spessore di un capello umano.

Hanno poi trattato ulteriormente questi granelli con uno strumento a fasci di ioni per rimuovere eventuali contaminazioni superficiali. Infine hanno utilizzato una particolare tecnica di spettroscopia, chiamata Exafs, che ha permesso di rilevare le tracce di azoto.


Dopo un’attenta analisi di controllo, i ricercatori hanno confermato l’autenticità del materiale organico. L’azoto presente nel meteorite ALH84001 è effettivamente marziano.

Una prova in più della potenziale abitabilità del giovane mondo rosso.

Le prove a riguardo sono ormai innumerevoli e stanno mettendo seriamente in discussione anche l’idea prevalente sull’origine della vita sulla Terra.

“Nel marzo 2017, la rivista Nature ha pubblicato la scoperta dell’University College di Londra che aveva scoperto, in alcune rocce a Nuvvuagittuq in Canada, le tracce di microrganismi vissuti 3,8 miliardi di anni fa.

Si trattava di strutture tubulari e filamenti molto simili a quelli che si possono trovare ancora oggi, nei pressi delle sorgenti idrotermali oceaniche.

La comunità scientifica, in modo unanime, le ha subito riconosciute come indiscutibili tracce di vita.

La cosa più interessante di questa scoperta, è che le strutture tubolari di origine biologica scoperte in Canada, sono pressoché identiche a quelle presenti nel meteorite marziano ALH 84001, anzi, forse quelle presenti nel meteorite sono più indicative per determinarne l’origine biologica, anche agli occhi di un profano.


Pochi mesi più tardi, lo studio pubblicato ancora una volta da Nature, nel settembre 2017, ha retrodatato la comparsa della vita sulla Terra di altri cento milioni di anni.

Questa volta la scoperta delle tracce di vita più antiche mai ritrovate sul nostro pianeta, è stata compiuta dall’Università di Tokio, su un campione di rocce proveniente sempre dal Canada, ma questa volta dalla regione del Labrador.

In quest’occasione, i ricercatori nipponici hanno analizzato rocce che risalgono a circa 3,95 miliardi di anni, e hanno scoperto in esse tracce di grafite di origine biologica.

Queste scoperte hanno messo di fatto in crisi, la teoria secondo la quale la vita sulla Terra sarebbe nata spontaneamente e casualmente, a seguito di milioni di anni di mescolamento delle varie sostanze, nel cosiddetto brodo primordiale.


Questa teoria ancora oggi considerata prevalente, era stata formulata in un periodo in cui le più antiche tracce di vita ritrovate, si attestavano in un periodo compreso tra i 3 e i 3,5 miliardi di anni fa, ed era quindi pienamente compatibile con le evidenze che attestavano il raffreddamento della crosta terrestre, e dunque le condizioni minime all’apparizione della vita, a circa 4 miliardi di anni fa.

Con un periodo compreso tra i cinquecentomilioni e il miliardo di anni a disposizione, la vita aveva quindi tutte le possibilità di nascere spontaneamente, confermando la tradizionale teoria dell’evoluzione darwiniana, per la gioia dell’intera comunità scientifica conservatrice, che tanto ama crogiolarsi nei suoi spesso dogmatici assunti.


Nel maggio 2017, tra le due scoperte appena citate, se ne era frapposta un’altra, apparsa sulla rivista Nature Communications. Un gruppo di ricerca del Centro Australiano di Astrobiologia dell’Università del Nuovo Galles del Sud, aveva scoperto nelle formazioni rocciose rossastre del Dresser, un antico sistema di sorgenti idrotermali che si trova in un’area vulcanica nella regione di Pibara dell’Australia occidentale, dei microrganismi fossili chiamati stromatoliti.  

Si trattava della più antica forma di vita scoperta sulla terraferma fino a quel momento.


Commentando la notizia, l'astrobiologa Daniela Billi, dell'Università di Roma Tor Vergata, intervistata dall’agenzia giornalistica Ansa, aveva rilevato che: “La scoperta "potrebbe avere anche conseguenze per la ricerca di forme di vita su Marte", poiché sul pianeta rosso si trovano rocce molto simili a quelle scoperte in Australia. "Se la vita sulla Terra è nata così precocemente, questo significa - aveva spiegato Daniela Billi - che risale a un periodo nel quale Marte era abitabile".


Questo significa che nello stesso periodo anche Marte potrebbe avere ospitato forme di vita. È anzi addirittura più probabile, poiché verosimilmente per i motivi esposti a inizio capitolo, Marte è stato ospitale qualche centinaio di migliaia di anni prima della Terra, e che quindi sia stato proprio il pianeta rosso a essere la vera prima culla di vita nel nostro sistema solare.” (brano tratto dal libro: Il lato oscuro di Marte - dal mito alla colonizzazione).


Qualcuno avrà notato che molte delle ricerche e degli studi citati compiuti sui meteoriti marziani sono realizzate da Università, centri di ricerca e scienziati giapponesi.

Forse ciò potrebbe non essere del tutto casuale.

Il Giappone ha tradizionalmente, infatti, un fortissimo legame con la vita extraterrestre e conserva nelle sue tradizioni dei fortissimi e concreti legami con il pianeta rosso … ma questa è un’altra storia.



Stefano Nasetti


© Tutti i diritti riservati. E' vietata la riproduzione, anche solo parziale dei contenuti di questo articolo, senza il consenso scritto dell'autore se non per l'utilizzo espressamente indicato nell'articolo.



10 visualizzazioni
LOGO ultimo.jpeg

NEWSLETTER:

© Copyright 2019 Blog non a scopo di lucro LA VERA INFORMAZIONE. Tutti i diritti riservati

logo WHITE.png
  • Bianco Facebook Icon
  • Bianco Twitter Icon
  • Bianco RSS Icon